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23 settembre 2014

Le donne dicono NO ALLA NATO - Documento DIN Bologna


 INCONTRIAMOCI 
Mercoledì 1 ottobre alle ore 18,00
Palazzina di via del Piombo,5
   Centro di documentazione delle donne.


Care tutte,
La NATO ha tenuto il proprio Summit biennale a Newport in Galles il 3/4 settembre scorsi, contro
cui le Donne in Nero riunite nel maggio scorso a Lovanio per un incontro europeo, avevano già
deciso di manifestare la propria opposizione in concomitanza con le stesse date.
Come Donne in Nero che da anni ci occupiamo di conflitti armati e guerre a partire dalla relazione con le donne dei luoghi dei conflitti, da tempo insieme a loro abbiamo individuato nella NATO una vocazione militare sempre più accentuata, passando da una strategia di difesa ad una di interventi  militari in un'area sempre più ampia.
Giova ricordare che la NATO ha origine nel Trattato Atlantico del 1949 e che era nata come alleanza contro i paesi del blocco sovietico. L'URSS è crollata nel 1990, di conseguenza è venuto meno il Patto di Varsavia mentre la NATO “anacronisticamente” è ancora qui e continua ad espandersi.
Oggi, infatti con i suoi 28 stati membri effettivi  (USA, CANADA e STATI EUROPEI) adotta una strategia tesa ad allargare ancora le proprie fila con sempre nuovi paesi anche non europei attraverso:
Dialogo del Mediterraneo  (7 stati compreso Israele)
Iniziativa di Istambul (4 e fra poco 6 stati del MO)
Partenariato per la pace (22 membri in tutto il mondo anche Est Europa)
Creazione di un “pivot” verso l'Asia (in una prospettiva futura di competizione militare ed economica con la Cina ).
La politica attuale della NATO è incarnata nel suo documento del Concetto Strategico che ha avuto più versioni (1991/1999/2010)  improntato a rendere la NATO più orientata alle spedizioni o pronta alla guerra, in grado di entrare in azione all'interno dell'Europa o molto lontano.
 Il cambiamento del modello di difesa italiano ha portato al passaggio da un esercito popolare a uno di volontari con ispirazione comune a quella della NATO.
“Tutela degli interessi nazionali nell'accezione più vasta di tale termine, ovunque sia necessario” (1991-Governo Andreotti)  coincide con lo spirito del Concetto Strategico anzi ne è ispirato.
Ne è derivata la partecipazione economica e militare a tutte le avventure di guerra volute dalla NATO.
 Nelle linee guida inviate dalla Ministra della Difesa Pinotti oggi si dice  “per la salvaguardia degli interessi vitali il paese è pronto a fare ricorso a tutte le energie disponibili e ad ogni mezzo necessario compreso l'uso della forza o la minaccia del suo impiego” “lo strumento militare rappresenta per il paese una assicurazione e una garanzia per il suo stesso sviluppo”. Un invito a rafforzare l'industria bellica? Tutto questo mentre anche gli USA sono costretti a riconoscere la insicurezza tecnologica degli F35 che ad occhi chiusi avremmo dovuto comprare come indispensabili per la nostra difesa (vedi dichiarazioni di Mauro e Pinotti del 2013). E oggi l'ineffabile ministra propone che sia la NATO a presidiare il Mediterraneo, definendo Newport l'appuntamento più importante dopo la caduta del Muro di Berlino.

Qual è il senso del rilancio dell'espansione della NATO e della strategia militare in Europa?

L'Europa è così effettivamente minacciata militarmente  da altri paesi tanto da giustificare spese militari crescenti  in una situazione di gravissima crisi economica e sociale per cittadine e cittadini?
L'Italia spende 70 milioni al giorno e si è impegnata proprio a Newport a portare le spese al 2% del PIL come dovranno fare tutti gli stati membri.

Quali i pericoli che questo progetto di rafforzamento offensivo discusso nel Summit di Newport (Galles) rappresenta, non solo per un futuro di relazioni pacifiche fra i popoli, ma anche rispetto ad una autonomia economica e politica non solo dell'Europa?
Non a caso sono in corso accordi “segreti” fra governi su un trattato Ttip ( partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) che dovrebbero essere invece tema di discussione pubblica.
Perché rafforzare una NATO che spreca risorse per guerre illegali e pretestuose nelle motivazioni, con risultati disastrosi di morte e distruzione sotto gli occhi di tutte/i, causando il perdurare di conflitti interni che si trascinano per decenni a seguito dello sgretolamento nel tessuto sociale e la divisione che la guerra stessa genera, spesso di proposito?

Perché le donne dovrebbero protestare contro la NATO?
·       Nel nostro paese le spese militari come paese membro della NATO e non solo, sono sempre crescenti a fronte di una grave riduzione delle spese per i beni e i servizi primari necessari, incidendo anzitutto sulla vita delle donne . In un paese di catastrofi, terremoti e allagamenti come l’Italia si continua con un crescendo di militarizzazione invece di investire sulla sicurezza ambientale,il
nostro Presidente del consiglio propone "più spese per la Difesa se l'Europa mi fa sforare il patto di
stabilità"!!!!!!!!!!! 
.
·       Con le basi e le presenze militari aumentano lo sfruttamento sessuale e la violenza contro le donne. Ad esempio le guerre nei Balcani hanno prodotto una enorme industria del sesso e traffico di donne. 
·       Le donne soffrono di più per gli effetti della guerra,i loro corpi sono ormai sistematicamente considerati bottino di guerra e campo di battaglia. Sono loro la maggioranza delle vittime civili, le rifugiate e le sfollate che soffrono lutti inenarrabili. Migliaia sono prive di mezzi di sopravvivenza come in Afghanistan, in Iraq, in Siria, Palestina, Congo, Sud Sudan e altri luoghi,
·       Il linguaggio delle “alleanze” e dei “blocchi” esprime una logica patriarcale orientata alla guerra.
·       Le installazioni militari della NATO nei nostri paesi danneggiano la vita quotidiana, l'ambiente e la nostra sicurezza.
·       la pressione della NATO sull'Unione Europea sta mascolinizzando e militarizzando le nostre società
·       la Nato sfrutta e usa a scopi militari la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”
Le donne non sono solo vittime, ma possono avere e hanno un ruolo chiave nella prevenzione dei conflitti, nella riconciliazione e nella costruzione della pace, sono comunque potenziali non ancora valorizzati, lo abbiamo visto nelle trattative fallite nella guerra in Siria dove le donne non sono state ammesse. Non riconosciamo alla NATO alcun ruolo per la nostra sicurezza. La vera sicurezza deriva da negoziati pacifici e dalla composizione nonviolenta dei conflitti.
Sarebbe utile  incontrarci e discutere di questi temi e rintracciare non solo le responsabilità maschili rispetto a un mancato coinvolgimento delle donne sulle questioni militari ma anche la lontananza delle elaborazioni femministe dai temi della guerra che pure avevano generato l'assunto carico di significato “FUORI LA GUERRA DALLA STORIA” mai abbandonato.
Avevamo immaginato di poter avviare non solo un dialogo su questi temi ma anche forme di attivismo in concomitanza del Summit, come  uscite pubbliche in nero e in silenzio con striscioni e volantini chiedendo alle altre donne, singole e associazioni, di unirsi a noi. I drammatici eventi in Palestina in particolare, durante questi mesi ci hanno dissuaso dal focalizzarci sul NO alla NATO. E' venuto il momento di riprendere il discorso soprattutto di fronte ad un panorama internazionale disseminato di aree di conflitto, violenze inenarrabili ed esodi massicci."E' urgente riattivarci di fronte alle prospettive di riarmo della NATO e del nostro e di altri governi che aprono sempre  maggiori prospettive di guerra". NON IN NOSTRO NOME!
Aspettiamo vostre osservazioni e proposte.

DONNE IN NERO Bologna

12 ottobre 2010

Né talebani, né Usa


La resistenza dei democratici afghani - Il dossier
di Cristiana Cella

L’Unita 23 SETTEMBRE

In un Paese che vuole essere considerato democratico agli occhi del mondo, chi si batte per la democrazia è costretto alla clandestinità o quasi. Nel silenzio dei media occidentali, continuano a testimoniare ogni giorno che in Afghanistan non c’è solo fanatismo, violenza e disperazione. C’è una resistenza attiva che ha attraversato 30 anni di tragedie continuando a lottare, ognuno con i propri mezzi, senza illudersi. Sono organizzazioni della società civile, associazioni di donne, Ong , che cercano di rimediare al disastro umanitario del paese, singoli cittadini di tutte le etnie e strati sociali, e un partito. Vogliono una democrazia laica che rispetti i diritti umani, soprattutto delle donne, che garantisca ai cittadini sicurezza, salute, istruzione, giustizia. Chiedono che i criminali di guerra e i boss della droga siano cacciati dal Parlamento, insieme a talebani e integralisti islamici, che i corrotti siano puniti. Che le truppe straniere smettano di uccidere la popolazione inerme e di sostenere e finanziare il governo più corrotto al mondo. Che si garantisca la trasparenza delle elezioni e la possibilità di votare a tutti i cittadini. Per queste idee, condivise da gran parte della popolazione, in Afghanistan si può rischiare molto, anche la vita. Andeisha Farid è presidente di Afceco, una Ong che gestisce orfanotrofi, da anni, in Pakistan e Afghanistan, sostenuti da donatori di tutto il mondo. «Ogni atto della mia vita è una battaglia contro i talebani. Ogni bambino, strappato alla guerra e al fanatismo, che fiorisce nella pace e nella tolleranza, è una vittoria contro di loro e contro tutti i fondamentalisti». Eppure in una quieta notte di agosto la casa della sua famiglia è stata sconvolta. Alle due di notte un commando di 30 uomini, armati fino ai denti, poliziotti afghani e soldati stranieri, sfondano la porta, distruggono l’appartamento, rubano le poche cose di valore, costringono l’anziana madre e la sorella a terra, con i fucili puntati, e si portano via il padre di ! 70 anni e il fratello di 15, con un cappuccio nero in testa. Li rilasciano, dopo due giorni, senza nessuna spiegazione. «È questo il modo di garantire la sicurezza? Siamo fortunati, ad altri è andata peggio. Ma siamo stanchi di vivere nella paura, presi tra due fuochi. La violenza dei talebani e quella del governo e dei suoi alleati». Qualche giorno prima uno slogan chiarissimo era gridato per le strade di Kabul: «Non vogliamo né gli americani né i talebani». Una manifestazione pacifica reggeva cartelli con le foto di corpi di bambini, donne e uomini, devastati dai bombardamenti Usa e Nato, dagli attentati talebani. E la rabbia, in questi giorni, continua a crescere. La manifestazione, come altre in questi mesi, è stata organizzata da Hezb-e-Hambastagi, il Partito della Solidarietà. Trentamila iscritti, né finanziatori, né padroni. «Il nostro progetto è quello di riunire tutti i democratici, indipendenti e onesti, in una sola coalizione. Ci vorrà del tempo ma il nostro popolo ha bisogno di un punto di riferimento», dice Rahimi, il vicepresidente. Il partito è stato fondato nel 2003 dal dottor Mateen che, come Rahimi, aveva combattuto i russi e l’integralismo islamico, negli anni ’80. In migliaia sono stati uccisi o dall’uno o dall’altro. «Anche oggi abbiamo più di un nemico: i talebani, il governo e l’occupazione degli Stati Uniti e dei loro alleati. Dopo nove anni, nessuno crede più che siano qui per ricostruire il Paese». Alle elezioni del 2005, 7 di loro sono stati eletti, in maggioranza donne. Ma in un Parlamento dominato dai fondamentalisti, dal narcotraffico e dall’ intimidazione, è impossibile far sentire la propria voce. Alle elezioni di sabatos corso non si sono presentati. Per protesta contro un voto che non ha nessuna legittimità. Le voci della società civile sono tutte d’accordo, Le elezioni sono una farsa che ha già registrato molti omicidi. I brogli che hanno portato alla presidenza Karzai sono ben no ti. Questa volta sarà ancora più facile. Il Presidente, co! n un eme ndamento alla legge, ha ottenuto di nominare lui stesso tutti e cinque i membri della Commissione di Controllo Elettorale (Ecc) (alle passate elezioni tre erano eletti dall’Onu). «Farà quello che vuole. Qui non conta chi ha votato ma chi, adesso, conta i voti. I risultati sono già decisi» dice Hafiz, giornalista di Jalalabad. «Non c’è alcuna libertà di informazione, i voti si ottengono con i dollari o col kalashnikov, le schede false circolano liberamente. La corruzione è legge. Nessuno può garantire la sicurezza. La paura di attentati e ritorsioni non risparmia nessuno. Soprattutto le donne. Le candidate sono state minacciate, rapite, costrette a ritirarsi. La condizione delle donne è sempre più disastrosa, come potrebbero votare liberamente quando non possono nemmeno uscire di casa?». Mahud fa parte del Gruppo di Coordinamento per la Giustizia Transizionale, una coalizione di 25 associazioni della società civile che si batte da anni contro l’impunità dei criminali di guerra. «Una buona parte dei nostri parlamentari dovrebbe rispondere a un tribunale internazionale sui delitti commessi negli anni della guerra civile. Nelle loro province continuano a governare con la violenza, senza alcun rispetto dei diritti umani. Karzai, invece, ha garantito ai warlords l’amnistia, con la Legge di Riconciliazione Nazionale, fatta passare quasi in segreto. Nessuno gli ha impedito di ripresentarsi e saranno sempre loro a essere eletti con qualche talebano in più, dopo la pacificazione con gli insorgenti, decisa alla Conferenza di Kabul. Raccogliamo ogni giorno consensi tra la gente ma, per raggiungere il nostro scopo, ci vorrà molto tempo». Pazienza e coraggio sono tra le poche cose che in Afghanistan non mancano. Rawa, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane, si batte per i diritti delle donne, contro il fondamentalismo, dal 1977. «Come si può pensare a elezioni democratiche in un Paese sconvolto dalla guerra, in mano a d elinquenti armati, che è diventato il centro internazionale! del tra ffico di droga? La truffa delle elezioni serve a Karzai per liberarsi dei suoi avversari e controllare meglio il Parlamento e agli Usa per il loro show democratico. Se anche qualche brava persona riuscirà a essere eletta non avrà alcun potere». Dice Mehmooda, militante dell’organizzazione, la più minacciata per le sue posizioni radicali: «Le truppe della coalizione devono ritirarsi. Il disastro in cui ci troviamo è provocato dai talebani, dalla guerra e dall’occupazione, dal governo dei fondamentalisti. Tutte parti di uno stesso gioco. La maggioranza dei talebani si vende al miglior offerente. Sono pedine degli Stati confinanti in funzione antiamericana. Ma anche con gli americani fanno accordi. Giustificano l’occupazione e servono a Karzai per bilanciare lo strapotere dei warlords. Il suo governo sta in piedi solo col sostegno degli Usa che continua a riempire le loro tasche di dollari e il Paese di morti innocenti. Se le truppe si ritirassero, non sarebbe un paradiso, ma questi fantocci crollerebbero, sarebbe più facile sbarazzarsene. E finirebbe l’incubo dei bombardamenti».

Article taken from OSSERVATORIO AFGHANISTAN - http://www.osservatorioafghanistan.org

24 maggio 2010

Diciamo no all’invio di altri 1000 militari italiani in Afghanistan!


Esprimiamo il nostro cordoglio per i soldati morti e per tutte le donne, uomini, bambine e bambini afgane/i uccise/i anche dalle truppe di occupazione.

Manifestiamo il nostro forte dissenso nei confronti delle affermazioni del ministro La Russa che, in seguito all’uccisione di due militari e il ferimento di altri due tra cui una donna, ha espresso la volontà del governo italiano di inviare altri 1000 militari in Afghanistan in aggiunta ai 3000 già operanti.

Ribadiamo la nostra contrarietà assoluta alla partecipazione del contingente italiano all’occupazione militare dell’Afghanistan da parte delle truppe USA e NATO.

Ricordiamo le parole di Malalai Joya durante il suo recente viaggio in Italia che l’ha portata anche a Bologna : “Il popolo afgano deve attualmente difendersi da tre nemici : i Talebani, i Signori della guerra che sono ancora al governo e le truppe di occupazione straniera” e il suo appello ai parlamentari italiani perché si voti per il ritiro dell’esercito italiano dal Paese, affinché la popolazione possa autonomamente lottare contro i nemici interni.

Sottolineiamo che questa occupazione militare diventa sempre più impopolare come dimostrano l’impegno di tutta la società civile e democratica afgana nel chiedere il ritiro delle truppe straniere e l’appello per ottenere verità e giustizia per le vittime della guerra nella Loya Jirga del popolo, convocata parallelamente a quella istituzionale che ha visto la presenza dei signori della guerra e dell’oppio disposti a tutto pur di mantenere il controllo del Paese e soprattutto delle sue risorse.

Donne in Nero - Bologna

Verità e giustizia per Genova

La sentenza della Corte d’Appello ha finalmente dato ragione all’impegno di tutte e tutti coloro che chiedevano verità e giustizia per i gravissimi fatti di Genova del 2001, in particolare per le inaudite e indiscriminate violenze esercitate su giovani donne e uomini inermi che anche da altri paesi europei erano venuti a Genova a manifestare pacificamente contro il G8. La Diaz era uno dei luoghi offerti dal Comune per ospitare i manifestanti per la notte e quindi doveva essere un luogo di accoglienza istituzionale.
Riteniamo che in quel momento sia stato attuato un esperimento di militarizzazione repressiva del territorio e di riduzione delle libertà democratiche già anticipato nelle precedenti manifestazioni di Napoli.
E’ particolarmente importante la recente sentenza di questo processo in un momento in cui sono alti i rischi di militarizzazione generalizzata in risposta a problemi ed emergenze sociali come è avvenuto con il terremoto dell’Aquila.
Ci preoccupa il prevalere di soluzioni sicuritarie e repressive a fronte della grave situazione economica politica e sociale emergente in modo sempre più evidente. La grottesca difesa da parte del governo di questi picchiatori che rimangono al loro posto in spregio alla sentenza della magistratura conferisce ancora maggiore senso alle nostre preoccupazioni per la tenuta democratica del nostro Paese.

Donne in Nero - Bologna

9 febbraio 2010

Non in nostro nome: permesso di soggiorno a punti

Da PeaceReporter

05/02/2010
Le elezioni regionali sono alle porte e il governo emana i primi provvedimenti sulla sicurezza

Dopo la patente, arriva il permesso di soggiorno a punti. Gli immigrati avranno a disposizione due anni per totalizzare i trenta punti necessari per ottenere l'anelato documento. In questo lasso di tempo dovranno imparare la lingua italiana, iscrivere i figli a scuola, mettersi in regola col fisco e studiare la Costituzione. Invito quest'ultimo che potrebbe anche essere esteso ai cittadini italiani o agli stessi politici, che, in diverse circostanze, hanno dimostrato una totale ignoranza sul tema. Ma questo è superfluo, le elezioni regionali sono alle porte e bisogna dare agli italiani la sensazione che il governo, oltre ad occuparsi del processo breve o del legittimo impedimento, pensa a proteggere i cittadini.

“E' la legge sulla sicurezza – ha detto il ministro degli Interni, Roberto Maroni – che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di due anni. E saranno gli Sportelli unici per l'immigrazione a valutare l'immigrato. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l'espulsione”. Ma l'esecutivo è clemente e il nuovo decreto legge, che presto verrà discusso in Consiglio dei ministri, concede all'immigrato che nei due anni non avrà raggiunto tutte le competenze, la possibilità di una deroga di dodici mesi per ottenere il permesso. Se in tre anni non si totalizzano i trenta punti necessari, scatta l'espulsione. Attenzione, inoltre, al codice penale. La sua violazione comporta una perdita del punteggio. “Questo sistema – ha affermato sempre Maroni – serve a garantire l'integrazione: io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella comunità. Se lo fai ti do il permesso di restare, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi con durata di due anni. Ma non chiederemo soldi agli immigrati per i corsi di lingua, faremo tutto noi, per garantire standard uniformi in tutte le province”.

Ecco, quindi, dopo i fatti di Rosarno, la risposta del governo al problema dell'immigrazione: il permesso di soggiorno a punti, una panacea per risolvere l'annoso problema dell'integrazione. Le critiche alla proposta governativa non si sono fatte attendere. Livia Turco, responsabile per l'Immigrazione del Pd, ha parlato di un provvedimento che favorirà l'irregolarità, non l'integrazione.

Benedetta Guerriero

6 febbraio 2010

Non in nostro nome QUALUNQUE GIUSTIFICAZIONE PER LA STRAGE DI GAZA


Gabriella Cappelletti per le Donne in Nero di Bologna


C'è ancora qualcuno che ha interesse a conoscere gli eventi, a guardare in faccia la verità?

Sembra di no, se ancora il “premier” italiano osa affermare che l' attacco a Gaza nel dicembre 2008 fu “una giusta difesa” del popolo israeliano mentre mostra senza imbarazzo il più grande disprezzo dell’ONU.

Allora consideriamo alcuni fatti: il 19 giugno 2008 fu firmata una tregua di 6 mesi fra Hamas e Israele che prevedeva la sospensione dei razzi Qassam su Sderot in cambio dell' apertura dei valichi di accesso alla striscia di Gaza per il passaggio di beni e persone. Ma l' apertura dei valichi avvenne solo parzialmente e a singhiozzo e ne fecero le spese soprattutto molti malati bloccati ai valichi e privi di cure.

Inoltre il 5 novembre l' aviazione israeliana compì un raid sulla striscia uccidendo 5 palestinesi. Puntualmente riprese il lancio dei missili. Il 19 dicembre Hamas dichiarò che non avrebbe rinnovato la tregua.

E' interessante sapere che già prima di firmare la tregua concordata il ministro della difesa Ehud Barak aveva dato ordini all' esercito di preparare l' offensiva...

E che nella stessa Sderot ben 500 israeliani del gruppo “Voci diverse” firmarono un appello per chiedere di fermare le operazioni nella striscia. Dunque una tregua violata dal governo, un massacro non voluto da tanti israeliani coinvolti in prima linea.

Questo smentisce l' affermazione che Tel Aviv esercita il diritto di difesa della sua popolazione: si è trattato di una aggressione sproporzionata, che ha causato tante sofferenze e la morte di centinaia di bambini, oltre a donne e civili, che è stata duramente condannata dall' ONU dopo una attenta indagine.

Più volte l' esercito israeliano ha rotto anche la tregua concordata nel gennaio 2009, sparando sui pescatori ecc. Questo la dice lunga sulle bugie del governo israeliano, infinite deformazioni della realtà, che discendono da quella prima bugia “fondante”: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Ormai sembra passato nella testa di tanti, politici in primo luogo, che crimini, illegalità, disprezzo del diritto internazionale e di ogni diritto umano siano perfettamente legali e rientranti nel diritto alla difesa: l' illegalità diventata legale.

Questo è il punto che noi, amiche dei due popoli, non ci stancheremo di contrastare.


Bologna, 4 febbraio 2010