nostro Presidente del consiglio propone "più spese per la Difesa se l'Europa mi fa sforare il patto di
stabilità"!!!!!!!!!!! .

L’Unita 23 SETTEMBRE
In un Paese che vuole essere considerato democratico agli occhi del mondo, chi si batte per la democrazia è costretto alla clandestinità o quasi. Nel silenzio dei media occidentali, continuano a testimoniare ogni giorno che in Afghanistan non c’è solo fanatismo, violenza e disperazione. C’è una resistenza attiva che ha attraversato 30 anni di tragedie continuando a lottare, ognuno con i propri mezzi, senza illudersi. Sono organizzazioni della società civile, associazioni di donne, Ong , che cercano di rimediare al disastro umanitario del paese, singoli cittadini di tutte le etnie e strati sociali, e un partito. Vogliono una democrazia laica che rispetti i diritti umani, soprattutto delle donne, che garantisca ai cittadini sicurezza, salute, istruzione, giustizia. Chiedono che i criminali di guerra e i boss della droga siano cacciati dal Parlamento, insieme a talebani e integralisti islamici, che i corrotti siano puniti. Che le truppe straniere smettano di uccidere la popolazione inerme e di sostenere e finanziare il governo più corrotto al mondo. Che si garantisca la trasparenza delle elezioni e la possibilità di votare a tutti i cittadini. Per queste idee, condivise da gran parte della popolazione, in Afghanistan si può rischiare molto, anche la vita. Andeisha Farid è presidente di Afceco, una Ong che gestisce orfanotrofi, da anni, in Pakistan e Afghanistan, sostenuti da donatori di tutto il mondo. «Ogni atto della mia vita è una battaglia contro i talebani. Ogni bambino, strappato alla guerra e al fanatismo, che fiorisce nella pace e nella tolleranza, è una vittoria contro di loro e contro tutti i fondamentalisti». Eppure in una quieta notte di agosto la casa della sua famiglia è stata sconvolta. Alle due di notte un commando di 30 uomini, armati fino ai denti, poliziotti afghani e soldati stranieri, sfondano la porta, distruggono l’appartamento, rubano le poche cose di valore, costringono l’anziana madre e la sorella a terra, con i fucili puntati, e si portano via il padre di ! 70 anni e il fratello di 15, con un cappuccio nero in testa. Li rilasciano, dopo due giorni, senza nessuna spiegazione. «È questo il modo di garantire la sicurezza? Siamo fortunati, ad altri è andata peggio. Ma siamo stanchi di vivere nella paura, presi tra due fuochi. La violenza dei talebani e quella del governo e dei suoi alleati». Qualche giorno prima uno slogan chiarissimo era gridato per le strade di Kabul: «Non vogliamo né gli americani né i talebani». Una manifestazione pacifica reggeva cartelli con le foto di corpi di bambini, donne e uomini, devastati dai bombardamenti Usa e Nato, dagli attentati talebani. E la rabbia, in questi giorni, continua a crescere. La manifestazione, come altre in questi mesi, è stata organizzata da Hezb-e-Hambastagi, il Partito della Solidarietà. Trentamila iscritti, né finanziatori, né padroni. «Il nostro progetto è quello di riunire tutti i democratici, indipendenti e onesti, in una sola coalizione. Ci vorrà del tempo ma il nostro popolo ha bisogno di un punto di riferimento», dice Rahimi, il vicepresidente. Il partito è stato fondato nel 2003 dal dottor Mateen che, come Rahimi, aveva combattuto i russi e l’integralismo islamico, negli anni ’80. In migliaia sono stati uccisi o dall’uno o dall’altro. «Anche oggi abbiamo più di un nemico: i talebani, il governo e l’occupazione degli Stati Uniti e dei loro alleati. Dopo nove anni, nessuno crede più che siano qui per ricostruire il Paese». Alle elezioni del 2005, 7 di loro sono stati eletti, in maggioranza donne. Ma in un Parlamento dominato dai fondamentalisti, dal narcotraffico e dall’ intimidazione, è impossibile far sentire la propria voce. Alle elezioni di sabatos corso non si sono presentati. Per protesta contro un voto che non ha nessuna legittimità. Le voci della società civile sono tutte d’accordo, Le elezioni sono una farsa che ha già registrato molti omicidi. I brogli che hanno portato alla presidenza Karzai sono ben no ti. Questa volta sarà ancora più facile. Il Presidente, co! n un eme ndamento alla legge, ha ottenuto di nominare lui stesso tutti e cinque i membri della Commissione di Controllo Elettorale (Ecc) (alle passate elezioni tre erano eletti dall’Onu). «Farà quello che vuole. Qui non conta chi ha votato ma chi, adesso, conta i voti. I risultati sono già decisi» dice Hafiz, giornalista di Jalalabad. «Non c’è alcuna libertà di informazione, i voti si ottengono con i dollari o col kalashnikov, le schede false circolano liberamente. La corruzione è legge. Nessuno può garantire la sicurezza. La paura di attentati e ritorsioni non risparmia nessuno. Soprattutto le donne. Le candidate sono state minacciate, rapite, costrette a ritirarsi. La condizione delle donne è sempre più disastrosa, come potrebbero votare liberamente quando non possono nemmeno uscire di casa?». Mahud fa parte del Gruppo di Coordinamento per la Giustizia Transizionale, una coalizione di 25 associazioni della società civile che si batte da anni contro l’impunità dei criminali di guerra. «Una buona parte dei nostri parlamentari dovrebbe rispondere a un tribunale internazionale sui delitti commessi negli anni della guerra civile. Nelle loro province continuano a governare con la violenza, senza alcun rispetto dei diritti umani. Karzai, invece, ha garantito ai warlords l’amnistia, con la Legge di Riconciliazione Nazionale, fatta passare quasi in segreto. Nessuno gli ha impedito di ripresentarsi e saranno sempre loro a essere eletti con qualche talebano in più, dopo la pacificazione con gli insorgenti, decisa alla Conferenza di Kabul. Raccogliamo ogni giorno consensi tra la gente ma, per raggiungere il nostro scopo, ci vorrà molto tempo». Pazienza e coraggio sono tra le poche cose che in Afghanistan non mancano. Rawa, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane, si batte per i diritti delle donne, contro il fondamentalismo, dal 1977. «Come si può pensare a elezioni democratiche in un Paese sconvolto dalla guerra, in mano a d elinquenti armati, che è diventato il centro internazionale! del tra ffico di droga? La truffa delle elezioni serve a Karzai per liberarsi dei suoi avversari e controllare meglio il Parlamento e agli Usa per il loro show democratico. Se anche qualche brava persona riuscirà a essere eletta non avrà alcun potere». Dice Mehmooda, militante dell’organizzazione, la più minacciata per le sue posizioni radicali: «Le truppe della coalizione devono ritirarsi. Il disastro in cui ci troviamo è provocato dai talebani, dalla guerra e dall’occupazione, dal governo dei fondamentalisti. Tutte parti di uno stesso gioco. La maggioranza dei talebani si vende al miglior offerente. Sono pedine degli Stati confinanti in funzione antiamericana. Ma anche con gli americani fanno accordi. Giustificano l’occupazione e servono a Karzai per bilanciare lo strapotere dei warlords. Il suo governo sta in piedi solo col sostegno degli Usa che continua a riempire le loro tasche di dollari e il Paese di morti innocenti. Se le truppe si ritirassero, non sarebbe un paradiso, ma questi fantocci crollerebbero, sarebbe più facile sbarazzarsene. E finirebbe l’incubo dei bombardamenti».
Article taken from OSSERVATORIO AFGHANISTAN - http://www.osservatorioafghanistan.org

Da PeaceReporter Dopo la patente, arriva il permesso di soggiorno a punti. Gli immigrati avranno a disposizione due anni per totalizzare i trenta punti necessari per ottenere l'anelato documento. In questo lasso di tempo dovranno imparare la lingua italiana, iscrivere i figli a scuola, mettersi in regola col fisco e studiare la Costituzione. Invito quest'ultimo che potrebbe anche essere esteso ai cittadini italiani o agli stessi politici, che, in diverse circostanze, hanno dimostrato una totale ignoranza sul tema. Ma questo è superfluo, le elezioni regionali sono alle porte e bisogna dare agli italiani la sensazione che il governo, oltre ad occuparsi del processo breve o del legittimo impedimento, pensa a proteggere i cittadini.
“E' la legge sulla sicurezza – ha detto il ministro degli Interni, Roberto Maroni – che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di due anni. E saranno gli Sportelli unici per l'immigrazione a valutare l'immigrato. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l'espulsione”. Ma l'esecutivo è clemente e il nuovo decreto legge, che presto verrà discusso in Consiglio dei ministri, concede all'immigrato che nei due anni non avrà raggiunto tutte le competenze, la possibilità di una deroga di dodici mesi per ottenere il permesso. Se in tre anni non si totalizzano i trenta punti necessari, scatta l'espulsione. Attenzione, inoltre, al codice penale. La sua violazione comporta una perdita del punteggio. “Questo sistema – ha affermato sempre Maroni – serve a garantire l'integrazione: io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella comunità. Se lo fai ti do il permesso di restare, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi con durata di due anni. Ma non chiederemo soldi agli immigrati per i corsi di lingua, faremo tutto noi, per garantire standard uniformi in tutte le province”.
Ecco, quindi, dopo i fatti di Rosarno, la risposta del governo al problema dell'immigrazione: il permesso di soggiorno a punti, una panacea per risolvere l'annoso problema dell'integrazione. Le critiche alla proposta governativa non si sono fatte attendere. Livia Turco, responsabile per l'Immigrazione del Pd, ha parlato di un provvedimento che favorirà l'irregolarità, non l'integrazione.
Benedetta Guerriero
C'è ancora qualcuno che ha interesse a conoscere gli eventi, a guardare in faccia la verità?
Sembra di no, se ancora il “premier” italiano osa affermare che l' attacco a Gaza nel dicembre 2008 fu “una giusta difesa” del popolo israeliano mentre mostra senza imbarazzo il più grande disprezzo dell’ONU.
Allora consideriamo alcuni fatti: il 19 giugno 2008 fu firmata una tregua di 6 mesi fra Hamas e Israele che prevedeva la sospensione dei razzi Qassam su Sderot in cambio dell' apertura dei valichi di accesso alla striscia di Gaza per il passaggio di beni e persone. Ma l' apertura dei valichi avvenne solo parzialmente e a singhiozzo e ne fecero le spese soprattutto molti malati bloccati ai valichi e privi di cure.
Inoltre il 5 novembre l' aviazione israeliana compì un raid sulla striscia uccidendo 5 palestinesi. Puntualmente riprese il lancio dei missili. Il 19 dicembre Hamas dichiarò che non avrebbe rinnovato la tregua.
E' interessante sapere che già prima di firmare la tregua concordata il ministro della difesa Ehud Barak aveva dato ordini all' esercito di preparare l' offensiva...
E che nella stessa Sderot ben 500 israeliani del gruppo “Voci diverse” firmarono un appello per chiedere di fermare le operazioni nella striscia. Dunque una tregua violata dal governo, un massacro non voluto da tanti israeliani coinvolti in prima linea.
Questo smentisce l' affermazione che Tel Aviv esercita il diritto di difesa della sua popolazione: si è trattato di una aggressione sproporzionata, che ha causato tante sofferenze e la morte di centinaia di bambini, oltre a donne e civili, che è stata duramente condannata dall' ONU dopo una attenta indagine.
Più volte l' esercito israeliano ha rotto anche la tregua concordata nel gennaio 2009, sparando sui pescatori ecc. Questo la dice lunga sulle bugie del governo israeliano, infinite deformazioni della realtà, che discendono da quella prima bugia “fondante”: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”.
Ormai sembra passato nella testa di tanti, politici in primo luogo, che crimini, illegalità, disprezzo del diritto internazionale e di ogni diritto umano siano perfettamente legali e rientranti nel diritto alla difesa: l' illegalità diventata legale.
Questo è il punto che noi, amiche dei due popoli, non ci stancheremo di contrastare.
Bologna, 4 febbraio 2010