12 aprile 2008

Una ricerca della sociologa Tova Bernski sulle attiviste per la pace in Israele (da Haaretz)


Non disposte a stare là a guardare senza far niente.

Di Tzafi Saar

“Peccato che Hitler non abbia finito il lavoro” gridava un passante alle donne che prendevano parte alla protesta delle WIB ad Haifa. Tra loro anche una donna di 80 anni, una sopravvissuta dell’Olocausto con un numero tatuato sul braccio. “Tu non mi fai paura” rispose. “ ‘Gli specialisti’ mi facevano paura”
Lungo gli anni, commenti come “Tua madre era una kapò” oppure “Ritornatene in Polonia” sono stati scagliati contro molte delle donne di questo movimento che si oppone all’occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania, un’esperienza condivisa con altri movimenti pacifisti di donne – dice la sociologa Dr. Tova Benski, capo del Dipartimento delle Scienze Comportamentali al College of Management. Questo fenomeno è stato una delle ragioni per le quali la Benski ha deciso di condurre uno studio sul ruolo delle figlie di sopravvissuti dell’Olocausto e delle stesse sopravvissute dell’Olocausto di sesso femminile nei movimenti per la pace israeliani.
Quando Benski ha iniziato a intervistare varie attiviste per la pace riguardo alle loro motivazioni ed emozioni, la prima risposta che veniva fuori,-dice- era “Dobbiamo agire e partecipare perché un altro popolo è oppresso qui e io sto qui a guardare come facevano i Nazisti” Un’altra spiegava “Almeno nessuno potrà chiedermi:E tu cosa hai fatto?“ Le attiviste contro l’occupazione non credono che la situazione dei Palestinesi nei territori per quanto brutta possa essere sia comparabile all’Olocausto per gli Ebrei ma il loro trauma familiare ancora le spinge ad agire contro il fatto che si calpestino i diritti umani , qualunque siano le circostanze.
Lo studio di Benski che contiene numerose interviste è stato preceduto da 20 anni di ricerca fra le attiviste della pace che ha avuto inizio, dice Benski, “nel 1985 con la costituzione di ‘Genitori contro il silenzio ‘, più comunemente detto ‘Madri contro il Silenzio’, e poi di ‘Peace Now’, ‘Yesh Gvul’ e della ‘Coalizione di Donne per la Pace’. Per tutto il tempo si sono evidenziate connessioni con la questione dell’Olocausto.. Dato che anch’io sono figlia di due sopravvissuti dell’Olocausto mi sembrava del tutto naturale. Non ci trovavo niente di unico. Forse non volevo affrontare la cosa.”
Dopo lo scoppio della intifada di Al-Aqsa, Benski ha cominciato una ricerca sulle reazioni del pubblico alle proteste delle donne in Nero. Secondo la sua analisi queste vertevano attorno al genere, la nazionalità e la sessualità (uno degli insulti più comuni diretti alle donne era “Puttane di Arafat”) I commenti che esprimono il proprio rincrescimento a Hitler per non aver potuto “finire il lavoro” sono quello che “mi ci ha fatto arrivare” dice Benski “E’ ovvio che la gran parte di noi era Ashkenazi. Tutto questo mi spingeva a riesaminare tutto il materiale che avevo raccolto negli anni.”
E allora si chiese come potesse non aver notato prima che molte attiviste per la pace erano figlie di sopravvissuti dell’Olocausto. Molte di loro nelle interviste con Benski ma anche in interviste che lei aveva trovato nella stampa e in libri come Ahayot le-Shalom) (“Sorelle nella pace: voci femministe della sinistra”) edito da Hedva Isachar attestano che questo aspetto biografico costituisce un fattore significativo rispetto al fatto di diventare attiviste per i diritti Palestinesi e contro l’occupazione dei territori.
Ma perchè in particolare le donne? E gli uomini che erano nati ed erano stati allevati da sopravvissuti dell’Olocausto? E’ qui che entra in campo una delle differenze di genere nella seconda generazione, dice Benski. Mentre le donne figlie di sopravvissuti rispondono in modo depresso, covano sensi di colpa e si identificano fortemente con le loro madri, per esempio, gli uomini generalmente reagiscono in modo più aggressivo, sulla scia di “Abbiamo bisogno di un forte esercito” dice.
Quello che fanno queste donne, aggiunge è essenzialmente rovesciare il solito discorso sull’Olocausto.” Queste donne sono cresciute in Israele in un momento in cui si stava formando la percezione dell’Olocausto come ‘vergogna nazionale’ “ dice”Mi ricordo di essermi vergognata dei miei genitori perché ‘erano andati al massacro come pecore’. Il discorso dominante era che Israele doveva essere forte e il suo esercito doveva essere forte in modo tale che l’Olocausto non potesse più avere luogo. L’affermazione di Begin secondo cui ‘l’alternativa è Treblinka’ è solo una di tutta una serie di affermazioni del genere da parte dei leader israeliani. Il tema dell’Olocausto serrve a giustificare una visione incentrata sulla sicurezza.
“Ma al contrario di quelli che dicono loro ‘Cosa volete- che ci sia un nuovo Olocausto? Che loro ci gettino in mare?’ queste donne trasformano la loro traumatica esperienza personale/familiare in un messaggio universale finalizzato a preservare i diritti umani, anche i diritti umani degli altri” continua Benski “Sono divise in due categorie: quelle i cui genitori sono stati salvati da non ebrei, tedeschi o altri, operano in base a questo convincimento… proprio come gli altri hanno aiutato i loro genitori a sopravvivere , loro devono aiutare i palestinesi che stanno soffrendo. E ci sono quelli che rifiutano di essere occupanti e rifiutano che siano fatte in loro nome cose che considerano inaccettabili. “ Così la memoria dell’Olocausto non diviene meramente il fondamento dell’inclinazione Israeliana alla sicurezza ma costituisce uno dei fattori motivanti alla base del movimento per la pace.”
Come sappiamo la stessa Benski è la figlia di sopravvissuti dell’Olocausto: sua madre proveniente dalla Transilvania, sopravvisse ad Auschwitz mentre tutto il resto della famiglia perì in quel luogo. Suo padre fu internato in un campo di lavoro forzato, fuggì e si diede alla macchia. La sua famiglia immigrò in Israele nel 1951 (immigrazione detta aliyah mentre l’emigrazione da Israele è detta Yerida) e si stabilì a Yokneam. Benski parla di una casa che conteneva un grande segreto cui a nessuno era permesso di parlare e dove erano accumulate “tonnellate di riserve di cibo”. “Mio padre morì prima di averne mai parlato” dice “Mia madre cominciò a parlarne dopo la sua morte.” In merito alla connessione fra la storia della sua famiglia e la sua ricerca, dice “Devo portare a termine le mie personali considerazioni in merito.” Nel corso del lavoro, dice “Ogni volta che mi accorgo che sto perdendo la mia qualità di ricercatrice, faccio un piccolo passo indietro.”
E’ intenzionata a continuare con uno studio più approfondito sul tema e a scrivere un libro sulle dinamiche dello schieramento pacifista “femminista” o “femminile” in Israele. “non ho ancora deciso che termine usare” spiega” perché non tutte le donne sono femministe e non tutte lo erano sin dall’inizio” lei ,dice, è stata una femminista sin da bambina. “ In un tema scrissi che volevo essere la prima donna sulla luna”
A casa di Daphna Banai parlavano dell’Olocausto, molto. La famiglia della madre di Banai scappò per un pelo da Berlino nel 1939. Molti parenti perirono durante la guerra. Banai, una delle attiviste di Machsome Watch (Donne contro l’occupazione e per i diritti umani) Re’ut-Sadaka (l’Organizzazione arabo-palestinese per la pace e la democrazia) e altre organizzazioni, dice “Ero completamente assorbita dal processo ad Eichmann. Avevo solo 11 anni e per due anni non ho né studiato né giocato. Stavo attaccata alla radio transistor. Ero rapita dalle testimonianze.”
Come Banai, Edna Toledano-Zaretski, una delle veterane fra le attiviste della pace e attualmente membro della municipalità di Haifa per il partito Hadash, dice che il processo ad Eichmann e ancor prima quello a Kastner, ebbero un profondo effetto su di lei. “Mi sono chiesta come la gente potesse dire che non sapeva. La gente scompariva e gli altri non lo sapevano, non vedevano, non facevano niente riguardo a questo. L’atteggiamento in Israele era quello di dare la colpa alle vittime e io pensavo invece che si dovesse esaminare l’aggressore. Non ho mai pensato che noi fossimo immuni. L’indifferenza è il nemico in agguato. Devi assumere responsabilità per sapere quello che sta accadendo” Dice Toledano-Zaretski.
Banai sottolinea che “è impossibile comparare l’esito dell’Olocausto con quello che sta accadendo nei territori. Quello che sta accadendo là è terribile, ma non ha niente in comune con l’Olocausto. Denigriamo comunque la memoria dell’Olocausto se non mettiamo a confronto i processi che vi hanno condotto. Sento che devo agire in modo tale da evitare che tali cose accadano di nuovo. Sempliceme ricordare significa peccare contro la memoria dell’Olocausto. Da questo dobbiamo imparare, prima di tutto su noi stessi. La scorsa settimana, per esempio, un soldato minacciava di sparare a una donna di Machsome Watch. Poi lei gli ha chiesto “Ma dimmi, l’avresti fatto davvero?” e lui ha risposto “Se avessi ricevuto l’ordine, certamente. Sono deciso ad obbedire a qualunque ordine io riceva.”
“Un’altra attivista di Machsome Watch raccontò di come sua zia che era finita ad Auschwitz da adolescente e lavorava in un laboratorio di cucito, diceva che c’era un soldato tedesco che di quando in quando sussurrava agli ebrei ‘Presto finirà tutto. I russi si stanno avvicinando’. E’ impossibile descrivere quanto questo li abbia incoraggiati. Gli Ebrei non conoscevano il nome del soldato e tra di loro lo chiamavano Moishele. ‘Voi donne” diceva la zia alla nipote di Machsome Watch ”voi siete Moishele.”





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