25 novembre 2009
7 novembre 2009
7 Novembre : Donne in Nero a Vicenza
Donne in Nero
con le Donne di Vicenza
per la smilitarizzazione del nostro ambiente e delle nostre vite
“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
(articolo 11 della Costituzione)
Ripudiare la guerra significa non solo non fare guerre, ma anche non costruire, vendere e acquistare strumenti di guerra: né basi né armi.
La produzione e il commercio di armi, la costruzione e il mantenimento di basi militari, tutto questo ci riguarda come cittadine che non si rassegnano alle scelte di guerra, ma si impegnano per contribuire alla costruzione di una società giusta, solidale e di pace prefigurata dalla Costituzione.
Noi pensiamo che l’uso della violenza e la cultura delle armi siano le più assurde, le più stupide, le più crudeli attività che l’uomo abbia messo in campo nel corso della storia.
Per affrontare i problemi sempre più gravi del nostro tempo non servono altre basi, altri soldati, altre armi, occorre la co-responsabilità e la collaborazione internazionale, la solidarietà civile, fuori da ogni logica militare e di potere.
Non vogliamo essere complici del militarismo, ovunque si manifesti e in particolare nel nostro paese, con la concessione dell'aeroporto Dal Molin per una nuova base militare statunitense, la crescente militarizzazione della Campania (dal porto di Napoli alle basi militari, dalle fabbriche di armi alle discariche…), il magazzino di armi nucleari ad Aviano, il continuo aumento delle spese militari, la costruzione dei cacciabombardieri F35, la partecipazione a spedizioni militari camuffate da missioni di pace…
La militarizzazione del territorio non solo non ci dà, ma ci toglie sicurezza e libertà.
Per sentirci più sicure abbiamo bisogno in primo luogo di rispetto e di riconoscimento della nostra libertà, dignità e autodeterminazione. In secondo luogo è necessario costruire sul territorio dei rapporti che siano orientati alla reciproca conoscenza, alla convivenza e alla solidarietà, e riconoscere alle cittadine e ai cittadini il diritto a partecipare alle scelte che riguardano il proprio territorio.
Per questo scendiamo in piazza con le donne di Vicenza
e insieme con loro dichiariamo la nostra opposizione
alla costruzione della nuova base Dal Molin
Donne in Nero
di: Alba, Bologna, Padova, Milano, Napoli, Novara, Ravenna, Schio, Torino, Udine, Verona
7 novembre 2009
6 novembre 2009
Ciao Alda , grande donna, grande poeta

LA PACE
La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.
24 ottobre 2009
Congo : E’ molto più pericoloso essere un civile donna che essere un soldato
Oggi, nelle province orientali della Repubblica Democratica del Congo si riferisce di 1.100 stupri al mese, commessi sia dalle forze di sicurezza che dai gruppi ribelli. Come ha detto un diplomatico USA “E’ molto più pericoloso essere un civile donna che essere un soldato”
Articolo di Nadia Hijab "Abandoning Women and Children"
Nadia Hijab è Senior Fellow (docente anziano) presso l' Institute for Palestine Studies.
Abandoning "Women and Children" By NADIA HIJAB
T he United Nations Security Council has just passed a welcome resolution --U.N. Security Council Resolution 1888 -- that strengthens the international community's ability to tackle sexual violence in wartime. Sexual violence offences have already been included in the founding statute of the International Criminal Court and, as an earlier U.N. resolution reaffirmed, can constitute war crimes, crimes against humanity, or part of a genocidal pattern of conduct.
The issue certainly needs the world's attention. Rape as a weapon of war and the use of other sexual violence has reached horrifying levels. The perpetrators target women, aiming particularly to destabilize communities during and after a war ends. Up to half a million women were raped during the Rwanda genocide and 60,000 in the Balkan conflicts. In Sierra Leone, 64,000 women suffered war-related sexual violence. Today, in the in the eastern provinces of the Democratic Republic of Congo, 1,100 rapes a month are reported, committed by both security forces and rebel groups. As one U.S. diplomat noted, "It is far more dangerous to be a civilian woman than it is to be a soldier."
The importance of these resolutions is not only that they aim to end impunity for such crimes, which have often been swept under the rug in post-conflict negotiations. They also challenge entrenched cultural and traditional values that see sexual assaults as somehow less important than other crimes, even something that women "bring upon themselves."
Unfortunately, as ardent advocates of women's human rights tackle one set of unacceptable cultural practices, they reinforce another. The text of 1888 refers repeatedly to "women and children," as did other reports about the new resolution.
The phrase "women and children" is as problematic in peacetime as it is in wartime.
In peacetime, it reaffirms a patriarchal view still prevalent in most parts of the world -- that women are as helpless as children and that they cannot function without male protection and support. This problematic phrase, often used by well-meaning development organizations, reinforces the neglect of women's actual and potential economic roles. Instead of being integrated into the economic mainstream, women are sidelined into often market-irrelevant activities like handicrafts and sewing.
In wartime, the phrase "women and children" communicates three things: that all men are actual or potential fighters rather than civilians; that men are not in need of protection; and that women have no agency or capacity to act. It is worth examining each of these points separately.
The propensity to treat all men as potential fighters was most recently on display during the Israeli assault on Gaza this winter. At that time, media reports constantly underplayed the number of civilian casualties by focusing on the number of women and children killed. In fact, the total number of civilian dead according to human rights organizations stands at 1,172 unarmed civilians, of which more than half, 719, were men.
And men do actually need protection too. The assumption that they are potential fighters means, for example, that they are more frequently killed on sight or taken prisoner to facing inhuman treatment and conditions. In countries that still have military conscription, young men can be badly brutalized without any recourse or defense. In Armenia, for instance, hazing in the military was so bad that some young men chose suicide as the only way out.
Finally, women not only have the capacity to act, they are, as experts note, often the ones who enable entire communities to survive war and armed conflict. However, their capacity for economic, social, and cultural action has yet to translate into a commensurate role at the political table.
Resolution 1888 is an important step toward taking advantage of women's agency. It highlights those areas where women are particularly targeted in conflict so that these assaults may be appropriately treated as the crimes that they are, bringing an end to impunity. And it reinforces earlier resolutions that sought to ensure women's fair representation in post-conflict peacemaking as well as in peacekeeping operations.
But these important steps should not hide the fact that -- for the sake of women as well as men -- we need to stop using the phrase "women and children." When it is necessary to draw attention to the fact that many of those targeted are girls below 18 -- the formal end of childhood in the international Convention on the Rights of the Child -- then the speaker or writer should simply say so. Otherwise, we are only dealing with part of the problem; we are marginalizing women in development processes; and we are privileging some human rights over others.
13 ottobre 2009
NO A LEGGI REPRESSIVE E RAZZISTE CONTRO LE DONNE MIGRANTI

Lottiamo da decenni insieme alle altre donne contro ogni forma di oppressione di genere sia essa legata alla religione che alle tradizioni patriarcali. In questo senso crediamo che le donne che velano la propria identità e il proprio corpo vivano oggettivamente un’oppressione e che la strada per l’autonomia delle donne nel mondo sia ancora ardua per tutte.
Crediamo che leggi che prevedono l’arresto per le donne con velatura integrale non possano sciogliere il nodo di culture non rispettose della libertà femminile.
L’ispirazione della proposta di legge presentata dalla Lega si muove nell’ambito di una serie di provvedimenti tutti inseriti nella cornice della cosiddetta “sicurezza”. Il crudele accordo con
Questa nuova proposta di legge della Lega potrebbe alimentare ulteriori forme di violenza , odio e intolleranza verso chi si presenta “diverso” o “debole” come già avviene. Aggressioni soprattutto ad opera di giovani ispirati da ideologie di stampo fascista/razzista, nei confronti di migranti, gay e lesbiche, anziani, gente emarginata e senza fissa dimora, per non parlare della recrudescenza della violenza contro le donne in genere, sono avvenimenti che sperimentiamo ogni giorno anche personalmente.
Ci preoccupa il degrado culturale e sociale che si sta diffondendo nel nostro Paese, ma soprattutto il consenso diffuso che certi provvedimenti istituzionali e comportamenti quotidiani stanno riscuotendo.
Contro tutto questo sono necessarie l’attenzione e la ribellione personale di ognuna di noi contro ogni forma di sopruso e maltrattamento, la partecipazione alla vita democratica e l’attivazione di uno slancio civile collettivo.
14 ottobre 2009 DONNE IN NERO di BOLOGNA
www.donneinnerobologna.blogspot.com donneinnero.bo@gmail.com
11 ottobre 2009
Le donne della realtà non sono nella disponibilità del Premier
Venerdì 9 ottobre 2009
di Donne della realtà dal Paese delle Donne
Lettera aperta a:
ministro della Giustizia Angelino Alfano,
viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli,
presidente dell’Udc Pier Ferdinando Casini,
e ai giornalisti Bruno Vespa e Riccardo Barenghi
Gentili Signori,
vogliamo esprimere il nostro stupore e la nostra indignazione per il silenzio colpevole che è sceso nello studio di Porta a porta, nel corso della trasmissione di mercoledì 7 ottobre, sull’insulto greve e intollerabile rivolto in diretta dal presidente del Consiglio all’onorevole Rosy Bindi come persona prima ancora che come donna.
Siamo un gruppo di giornaliste, convinte che sia necessario riportare sui nostri media un modello di donna più aderente alla realtà, parlare delle italiane che lavorano credendo nei valori dell’impegno e della professionalità, della cultura e dell’intelligenza, e non lasciare che le donne siano rappresentate unicamente come persone che preferiscono puntare sulla propria bellezza e sulla disponibilità dell’uomo potente di turno per fare carriera e ottenere favori. Abbiamo lanciato un appello in questo senso a inizio agosto e lunedì scorso abbiamo tenuto a Milano il primo di una serie di dibattiti sull’argomento che intendiamo proporre in molte altre città.
L’incapacità di indignarsi e di reagire con fermezza da voi dimostrata di fronte a un commento volgare, ingiustificato ed estraneo a corretti rapporti personali, ci ha lasciate davvero esterrefatte. L’indifferenza è il passo ultimo prima dell’accettazione supina di quella cultura priva dei valori di rispetto e considerazione dell’altro, e in particolare delle donne, che noi vogliamo denunciare e combattere.
Le donne della realtà non sono nella disponibilità del Premier né di chiunque pensi di poterle usare a proprio piacimento. Le donne della realtà vivono, lavorano, soffrono, gioiscono, ma prima di tutto esigono rispetto. Da tutti.
Cordiali saluti,
Paola Ciccioli
Francesca Mineo
Cristina Morini
Letizia Mosca
Daniela Stigliano
10 ottobre 2009
La marcia per la pace Perugia-Assisi si trasferisce a Gerusalemme.
"Time for Responsibilities", 10-17 ottobre 2009
Luisa Morgantini parteciperà alla missione di pace per il MO accompagnando gruppi della società civile nei villaggi della resistenza non-violenta di Palestinesi, Israeliani e Internazionali
Roma, 10 ottobre 2009
Si svolgerà da oggi al prossimo 17 ottobre a Gerusalemme, in Israele e nel Territorio Palestinese Occupato la tradizionale marcia per la pace Perugia-Assisi, quest’anno denominata "Time for Responsibilities”.
Organizzata dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, la Piattaforma delle Ong italiane per il Medio Oriente e la Tavola della pace, si tratta di una delle più grandi Missioni Italiane di Pace in Medio Oriente, dopo quella di Time for Peace alla fine de 1990 e di Action for Peace nel 2002, a cui hanno aderito oltre 400 italiani tra semplici cittadini, giovani, studenti e insegnanti, sportivi, artisti, giornalisti, amministratori locali e rappresentanti di associazioni, che seguiranno un programma fitto di incontri con rappresentanti della società civile israeliana e palestinese e si muoveranno sul territorio divisi in gruppi.
Luisa Morgantini dell'Associazione per la Pace e già Vice Presidente del Parlamento Europeo parteciperà alla missione e accompagnerà i gruppi nei villaggi di Bil’in, Nil’in e Masara dove Palestinesi, Israeliani e Internazionali sono uniti nella resistenza popolare non violenta contro muro e occupazione.
Domenica 11 ottobre, Luisa Morgantini e parte della missione saranno ad Abud – villaggio noto per i frequenti attacchi da parte dei coloni israeliani ai danni dei contadini palestinesi durante la raccolta delle olive- alla presenza anche del Premier Palestinese Salam Fayyad e di diplomatici internazionali.
Giovedì 15 ottobre a Gerusalemme si svolgerà il grande evento ‘Ricostruiamo la speranza’, una manifestazione-incontro per la pace con i familiari delle vittime palestinesi e israeliane del Parents Circle, associazione che riunisce centinaia di famiglie colpite dal lutto ma che da anni si adoperano per la distruzione della figura del nemico e della vendetta.
"Time for Responsibilities" è la diplomazia dei popoli che si assumono la responsabilità di agire in prima persona per la giustizia e la pace ma anche un modo per far conoscere la realtà quotidiana dell’occupazione. Non potremo recarci a Gaza, ma il nostro totale sostegno va alla popolazione diella Striscia ancora sotto assedio ed il nostro impegno per la fine dell'embargo e il ristabilimento della legalità internazionale con la fine dell'occupazione militare e l'assunzione del rapporto Goldstone da parte del Consiglio di Sicurezza dell' ONU.
"Time for responsabilities" è per ognuno di noi e per i governi del mondo” ha dichiarato Luisa Morgantini, che parteciperà inoltre, insieme a Palestinesi, Israeliani, rappresentanti diplomatici europei e statunitensi ad una conferenza sul ruolo e le responsabilità dell’Europa per una pace giusta in Medio Oriente e per la fine dell’occupazione militare.
Per informazioni, dichiarazioni e testimonianze:
Luisa Morgantini +972 527 251612 (telefono cell. locale) o 0039 348 39 21 465 (cell. Italiano)

