11 ottobre 2013

Oggi Giornata Internazionale delle Bambine



"Il lavoro al posto del gioco. Come spesso i bambini maschi, anche le bambine sono costrette a lavorare. I due terzi di loro, fra i cinque e i 14 anni finisce nei campi. L'altro terzo lavora nei servizi e spesso finisce schiava in case altrui: nel 2008 le stime dell'International labour organization contavano sette milioni e mezzo di lavoratori domestici con meno di 14 anni di età, per la stragrande maggioranza dei casi di sesso femminile. Poi ci sono tratta e prostituzione. Ma ancor prima c'è la sudditanza nei confronti della famiglia e  del compagno. Il 56% dei 150 milioni di ragazze che secondo l'Oms hanno subito violenze sessuali, le ha subite in famiglia. Fra i ragazzi, dei 73 milioni che hanno subito abusi, solo il 25% li ha sperimentati in casa. "
“Il destino delle spose bambine. Poi, c'è il matrimonio. Dove si scopre che nei paesi in via di sviluppo più della metà delle ragazze, il 53%, è convinta che il marito sia autorizzato a picchiare la moglie, in certe circostanze. E che non sanno quasi mai come difendersi dalle malattie come l'Hiv: i ragazzi sono più informati e anche lì, è il marito a decidere.“

25 gennaio 2013

APPELLO DELLE DONNE COLOMBIANE: LA PACE SENZA LE DONNE NON VA AVANTI!



SOSTENIAMO  LA RICHIESTA DELLE CORAGGIOSE  DONNE COLOMBIANE  DI SOTTOSCRIVERE E DIFFONDERE IL LORO APPELLO PER UN ACCORDO DI PACE VERA

LA PACE SENZA LE DONNE NON VA AVANTI!


Ai partecipanti al Tavolo dei Negoziati perché finisca il conflitto armato in Colombia 

Noi, associazioni, gruppi, persone delle istituzioni e della società civile torinesi e piemontesi abbiamo ricevuto la Dichiarazione Finale dell’Incontro Nazionale di Mujeres por la Paz della Colombia, tenutosi a Bogotà il 3 e 4 dicembre 2012; la Dichiarazione è stata sottoscritta da 44 organizzazioni colombiane e qui ne  riportiamo alcuni passi che ci stanno particolarmente a cuore:

“Noi, le donne della Guajira, Bolívar, Atlántico, Sucre, AntioquiaCaldasChocó, Valle del Cauca, Cauca, Santander, Meta, CaquetáTolima, Bogotá, BoyacáRisaralda, Cesar, Magdalena, Sucre, Putumayo, Norte de Santander, Huila, Quindío,CundinamarcaNariño; donne afro-discendenti, indigene, contadine, di città, giovani, adulte, dell’arte e della cultura, di organizzazioni di donne, femministe, sociali, popolari, partiti politici, settore LGTBI; veniamo nella città di Bogotá per unire e tessere sogni ed azioni, per delineare una società anche a misura delle donne; società in cui ci si riconosca come soggetti di diritti nel pubblico e nel privato, si accordi autorità alle nostre voci e si valorizzino le nostre esperienze come valori della condizione umana.


Respingiamo le guerre pubbliche e private contro le donne, l’espropriazione di territori, suolo, sottosuolo e risorse, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e a detrimento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione colombiana, lo sfruttamento dei beni comuni, la privatizzazione delle risorse pubbliche, ambientali e dei diritti umani; esigiamo una crescita sana e uno sviluppo inclusivo e sostenibile.


Far tacere le armi nel pubblico e nel privato non è la pace. La pace implica far diventare realtà la giustizia sociale per tutti e tutte senza distinzione di etnia, sesso, religione, posizione politica o condizione economica; significa garantire i diritti alla verità, alla giustizia e alla riparazione per tutte le vittime; sradicare la violenza come esercizio della politica e la negazione dell’altro e dell’altra come pratica quotidiana. La pace significa smilitarizzare i territori, le menti e le parole.

Noi donne riunite nell’Encuentro Nacional de Mujeres por la Paz, chiediamo al Governo e alla “insurgencia” di non alzarsi dal tavolo fin quando non siano giunti all’accordo che ponga fine al conflitto armato; riteniamo che si devono superare tutti gli ostacoli e stabilire il conseguimento della pace come un diritto di tutti i colombiani e le colombiane. E’ imprescindibile che noi donne siamo protagoniste nel processo di dialogo, nella costruzione della pace e nelle decisioni che si prenderanno per realizzare questi propositi. Infatti i problemi che colpiscono le donne coinvolgono tutta la società e noi riteniamo che devono stare al centro dell’agenda che si discute tra il Governo e la “insurgencia”, a L’Avana a Cuba.”

Accogliendo una delle proposte contenute nella Dichiarazione Finale, che chiedono “alla comunità internazionale di appoggiare le iniziative delle donne e delle loro organizzazioni per contribuire al riconoscimento come interlocutrici politiche indispensabili nel processo di dialogo e costruzione della pace” facciamo nostro

-          l’impegno a diffondere, far conoscere e sostenere le azioni delle Mujeres por la Paz per l’uscita negoziata dal conflitto armato

-          la richiesta al Governo e alla “insurgencia” di non alzarsi dal tavolo fin quando non siano giunti all’accordo che ponga fine al conflitto armato.


Adesioni per e-mail a        donneinnero.bo@gmail.com


Prime firmatarie:


Prime firmatarie:
     Archivio delle Donne in Piemonte ,Associazione Almaterra ,Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile ,Centro Studi Sereno Regis, ,Donne di sabbia ,Donne in nero della Casa delle Donne di Torino ,Donne in nero di Bologna ,Donne in nero di Bergamo   ,Donne in nero di Modena ,Donne in nero di Napoli ,Donne in nero di Padova ,Associazione per la pace e Donne in nero di Schio  ,Donne in nero di Fano ,Donne in nero di Savona ,Donne per la difesa della società civile ,MIR – Movimento Nonviolento ,Se non ora quando – Comitato di Torino ,Spazio Donne della Cascina Roccafranca ,Sur – Società Umane Resistenti
      Lucia Centillo – Consigliera Comunale della Città di Torino, Presidente della Commissione per i Diritti e le Pari Opportunit ,Nadia Conticelli – Presidente VI Circoscrizione della Città di Torino  Laura Onofri – Consigliera Comunale della Città di Torino e Vicepresidente della Commissione Regionale Pari Opportunità Donna Uomo ,Maria Giuseppina Puglisi – Assessora alle Politiche Attive di Cittadinanza, Diritti Sociali e Parità della Provincia di TorinoMariacristina Spinosa – Assessora alle Politiche delle Pari Opportunità della Città di Torin
      UnioneDonneItaliane Bologna -- QUELLECHENONCISTANNO collettivo femminista e lesbico Bologna -- Donne CGIL Bologna --TAVOLO PER LA PACE di Pianoro (Bologna) --
       UDI - Unione Donne in Italia 


15 dicembre 2012

Lettera aperta del Sindaco di Lampedusa: Quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?


15.11.2012




Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa.
Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?
Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.
Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. 
In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.

Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza.


Giusi Nicolini