17 novembre 2010

FOTO Le donne dicono NO ALLA NATO: 20 novembre 2010 ore 17 - piazza Ravegnana Bologna ore







Le donne dicono NO alla NATO







Un anacronismo della Guerra Fredda …
La NATO è stata fondata da Stati Uniti, Canada, Regno Unito e altri 9 paesi dell’Europa fra cui l’Italia come alleanza contro i paesi del blocco sovietico. L’Unione Sovietica è crollata nel 1990 ma la NATO è ancora qui e si è espansa, inserendo paesi dell’Europa centrale e orientale e dei Balcani.

… che diventa sempre più grande
Attualmente i membri della NATO sono 28 e c’è il tentativo di aggiungere Finlandia, Svezia, paesi del Mediterraneo, del Nord Africa e stati arabi. Il Medio Oriente, compreso Israele, è nei suoi orizzonti.


… contraria ai principi delle Nazioni Unite
I Segretari Generali della NATO e dell’ONU hanno firmato una Dichiarazione Congiunta di Cooperazione, senza autorizzazione dell’ONU. Ciò mette in pericolo l’indipendenza dell’ONU e la possibilità di sostenere la legislazione internazionale.


… una forza sempre pronta alla guerra
La NATO ha combattuto guerre fuori dei propri confini, in Kosovo e ora in Afghanistan e sta diventando sempre più una minaccia per la pace mondiale. I tre quarti delle spese mondiali militari sono effettuati dai paesi NATO.


… è un bunker nucleare
La NATO controlla oltre 11.000 testate nucleari inglesi, francesi e statunitensi, dislocate in varie località europee fra cui l’Italia con 90 testate atomiche, in spregio al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (1975) e alla raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per rendere l’Italia zona libera da armi nucleari ignorate dal nostro Parlamento.

Perché le donne protestano contro la NATO

Nel nostro paese le spese militari per la NATO e non solo, sono sempre crescenti a fronte di una grave riduzione delle spese per i beni e i servizi primari necessari, incidendo anzitutto sulla vita delle donne . In un paese di catastrofi, terremoti e allagamenti come l’Italia si continua con un crescendo di militarizzazione invece di investire per una civiltà degna di questo nome come per la ricostruzione dell’Aquila.

  • Con le basi e le presenze militari aumentano lo sfruttamento sessuale e la violenza contro le donne. Ad esempio le guerre nei Balcani hanno prodotto una enorme industria del sesso e traffico di donne.
  • Le donne soffrono di più per gli effetti della guerra. Sono loro la maggioranza delle vittime civili, le rifugiate e le sfollate. Migliaia sono prive di mezzi di sopravvivenza come in Afghanistan dove oltre allo spreco di risorse per una guerra di cui non si conosce né il senso né il fine, si porta distruzione e morte.
  • Le donne non sono solo vittime, ma possono avere e hanno un ruolo chiave nella prevenzione dei conflitti, nella riconciliazione e nella costruzione della pace, sono comunque potenziali non ancora valorizzati appieno. Non riconosciamo alla NATO alcun ruolo per la nostra sicurezza, La vera sicurezza deriva da negoziati pacifici e dalla composizione nonviolenta dei conflitti.

Perché le donne protestano oggi
Nel Vertice della NATO che si tiene dal 19 al 21 novembre a Lisbona sarà adottato un nuovo Concetto Strategico. Impegnerà nuovamente la NATO nelle strategie che ci preoccupano e fra l’altro dovrebbe essere ratificata la decisione di trasferire ad Aviano (nel Veneto) e in Turchia tutte le testate nucleari USA sparse in Europa. Mentre il governo turco pone per lo meno delle condizioni, il governo italiano si adegua in silenzio.

Anche in decine di altre città, in Italia e in Europa, oggi protestiamo contro la NATO e le sue politiche sempre più minacciose. L’esportazione di armi, gli armamenti nucleari, le basi militari, e la sudditanza agli interessi USA sono tutti inquadrati nella NATO.

Conoscendo dalle donne afgane le sofferenze causate dalla guerra, a nostro e a loro nome chiediamo con forza il ritiro delle truppe italiane e di tutte le truppe dall’Afghanistan.


DONNE IN NERO E NON SOLO DI BOLOGNA




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Cell 3351379643

16 ottobre 2010

La Camera delle Donne scrive al Presidente Napolitano


Al Presidente della Repubblica

E p.c. Al Presidente della Camera dei Deputati

Al Presidente del Senato

Ai Capigruppo di Camera e Senato

Al presidente Zavoli

Napoli, 15/10/10

Gentile Presidente,

estendiamo questa stessa alle Cariche Istituzionali in indirizzo, convinte che sia un atto dovuto per le responsabilità che ricoprono.

Le associazioni delle quali siamo portavoce, più e più volte hanno apertamente espresso dissenso ed indignazione per l’arroganza e la grossolanità del pensiero di fondo che ispirano la comunicazione pubblica rivolta al nostro genere nel nostro Paese.

Anche in Parlamento e in Senato abbiamo avuto modo di constatare, più che percepire, il tono dispregiativo, il linguaggio proprietario e la circostanza ricorrente del rivolgersi a noi cittadine identificandoci con meri oggetti sessuali. Si colpisce così non solo la soggettività reale delle donne, ma la stessa Costituzione nei suoi principi di uguaglianza.

Mentre migliaia di donne ogni giorno sono colpite dalla cieca violenza di chi vuole continuare a privarle della libertà di decidere, di muoversi ed esprimersi, tali espressioni e comportamenti, delineano un’irresponsabile forma di connivenza culturale con i crimini perpetrati su donne e bambini.

Fatti gravissimi, che tutti non dovremmo dimenticare, sono purtroppo in gran parte derubricati dalla politica ed archiviati in cronaca nera o ancora come episodi, se pur deprecabili. Infatti non abbiamo notizia di esiti delle denunce su violenze sessuate ai danni di bambine, donne e bambini perpetrate da soggetti in missioni di pace, che vedono il nostro Paese partecipe. Infatti lo sfruttamento della prostituzione, reato previsto da nostro codice, è trattato come argomento di opinabile illegalità se non occasione di ilarità.

Non può essere sfuggito a nessuna delle Autorità, cui estendiamo questa, il pesante clima di disvalore diffuso da eletti e rappresentanti del Popolo verso la metà della cittadinanza, e verso tutte le donne presenti sul nostro territorio, sia dentro che fuori dal Parlamento: si tratta di allusioni pesanti e di esplicite dichiarazioni che si ispirano a ruoli puramente sessuali e ancillari riservati alle donne.

L’Italia ha accumulato ritardi secolari in materia di contrasto alle violenze, in materia di servizi a sostegno del lavoro di cura, in merito all’equa ripartizione del potere tra generi, nonché alla disparità dei livelli retributivi tra donne e uomini. Noi attribuiamo tali ritardi, additati e sanzionati dall’Europa, al perpetuarsi del dominio arcaico maschile che è progressivamente legittimato da una comunicazione verbale e comportamentale lesiva della dignità femminile.

Noi riteniamo ed affermiamo che i dovuti richiami ufficiali da parte di chi ne ha responsabilità, ancora non pronunciati, facciano parte del diritto non negoziabile alla dignità e alla libertà dagli stereotipi per tutto il nostro genere, così come pensiamo che la civiltà relazionale tra donne e uomini sia un postulato per la costruzione della democrazia.

Signor Presidente, già nel 2004, a Napoli, ha voluto rispondere a noi e a tutte le cittadine italiane, sulla necessità di esprimere un più forte impegno istituzionale nel contrasto alla violenza contro il nostro genere.

Oggi di fronte all’emersione, da noi fortemente voluta, della reale dimensione del Femminicidio nel nostro Paese, crediamo che l’autorevolezza di un suo richiamo ad un linguaggio e a pratiche più responsabili da parte degli eletti, sarà determinante nella ricostruzione di un rapporto tra politica e cittadini.

La Camera delle donne

(UDI di Napoli, Arcidonna Napoli, Associazione Maddalena, Donnesudonne, Donne in nero NA, Associazione Febe, Giuriste Democratiche, Associazione Karabà. Coop. Eva, Associazione Salute donna, Udi di Portici, Self, Donne Medico, Associazione Pimentel, Comitato 194)

Rif.

cameradelledonne@gmail.com

12 ottobre 2010

Né talebani, né Usa


La resistenza dei democratici afghani - Il dossier
di Cristiana Cella

L’Unita 23 SETTEMBRE

In un Paese che vuole essere considerato democratico agli occhi del mondo, chi si batte per la democrazia è costretto alla clandestinità o quasi. Nel silenzio dei media occidentali, continuano a testimoniare ogni giorno che in Afghanistan non c’è solo fanatismo, violenza e disperazione. C’è una resistenza attiva che ha attraversato 30 anni di tragedie continuando a lottare, ognuno con i propri mezzi, senza illudersi. Sono organizzazioni della società civile, associazioni di donne, Ong , che cercano di rimediare al disastro umanitario del paese, singoli cittadini di tutte le etnie e strati sociali, e un partito. Vogliono una democrazia laica che rispetti i diritti umani, soprattutto delle donne, che garantisca ai cittadini sicurezza, salute, istruzione, giustizia. Chiedono che i criminali di guerra e i boss della droga siano cacciati dal Parlamento, insieme a talebani e integralisti islamici, che i corrotti siano puniti. Che le truppe straniere smettano di uccidere la popolazione inerme e di sostenere e finanziare il governo più corrotto al mondo. Che si garantisca la trasparenza delle elezioni e la possibilità di votare a tutti i cittadini. Per queste idee, condivise da gran parte della popolazione, in Afghanistan si può rischiare molto, anche la vita. Andeisha Farid è presidente di Afceco, una Ong che gestisce orfanotrofi, da anni, in Pakistan e Afghanistan, sostenuti da donatori di tutto il mondo. «Ogni atto della mia vita è una battaglia contro i talebani. Ogni bambino, strappato alla guerra e al fanatismo, che fiorisce nella pace e nella tolleranza, è una vittoria contro di loro e contro tutti i fondamentalisti». Eppure in una quieta notte di agosto la casa della sua famiglia è stata sconvolta. Alle due di notte un commando di 30 uomini, armati fino ai denti, poliziotti afghani e soldati stranieri, sfondano la porta, distruggono l’appartamento, rubano le poche cose di valore, costringono l’anziana madre e la sorella a terra, con i fucili puntati, e si portano via il padre di ! 70 anni e il fratello di 15, con un cappuccio nero in testa. Li rilasciano, dopo due giorni, senza nessuna spiegazione. «È questo il modo di garantire la sicurezza? Siamo fortunati, ad altri è andata peggio. Ma siamo stanchi di vivere nella paura, presi tra due fuochi. La violenza dei talebani e quella del governo e dei suoi alleati». Qualche giorno prima uno slogan chiarissimo era gridato per le strade di Kabul: «Non vogliamo né gli americani né i talebani». Una manifestazione pacifica reggeva cartelli con le foto di corpi di bambini, donne e uomini, devastati dai bombardamenti Usa e Nato, dagli attentati talebani. E la rabbia, in questi giorni, continua a crescere. La manifestazione, come altre in questi mesi, è stata organizzata da Hezb-e-Hambastagi, il Partito della Solidarietà. Trentamila iscritti, né finanziatori, né padroni. «Il nostro progetto è quello di riunire tutti i democratici, indipendenti e onesti, in una sola coalizione. Ci vorrà del tempo ma il nostro popolo ha bisogno di un punto di riferimento», dice Rahimi, il vicepresidente. Il partito è stato fondato nel 2003 dal dottor Mateen che, come Rahimi, aveva combattuto i russi e l’integralismo islamico, negli anni ’80. In migliaia sono stati uccisi o dall’uno o dall’altro. «Anche oggi abbiamo più di un nemico: i talebani, il governo e l’occupazione degli Stati Uniti e dei loro alleati. Dopo nove anni, nessuno crede più che siano qui per ricostruire il Paese». Alle elezioni del 2005, 7 di loro sono stati eletti, in maggioranza donne. Ma in un Parlamento dominato dai fondamentalisti, dal narcotraffico e dall’ intimidazione, è impossibile far sentire la propria voce. Alle elezioni di sabatos corso non si sono presentati. Per protesta contro un voto che non ha nessuna legittimità. Le voci della società civile sono tutte d’accordo, Le elezioni sono una farsa che ha già registrato molti omicidi. I brogli che hanno portato alla presidenza Karzai sono ben no ti. Questa volta sarà ancora più facile. Il Presidente, co! n un eme ndamento alla legge, ha ottenuto di nominare lui stesso tutti e cinque i membri della Commissione di Controllo Elettorale (Ecc) (alle passate elezioni tre erano eletti dall’Onu). «Farà quello che vuole. Qui non conta chi ha votato ma chi, adesso, conta i voti. I risultati sono già decisi» dice Hafiz, giornalista di Jalalabad. «Non c’è alcuna libertà di informazione, i voti si ottengono con i dollari o col kalashnikov, le schede false circolano liberamente. La corruzione è legge. Nessuno può garantire la sicurezza. La paura di attentati e ritorsioni non risparmia nessuno. Soprattutto le donne. Le candidate sono state minacciate, rapite, costrette a ritirarsi. La condizione delle donne è sempre più disastrosa, come potrebbero votare liberamente quando non possono nemmeno uscire di casa?». Mahud fa parte del Gruppo di Coordinamento per la Giustizia Transizionale, una coalizione di 25 associazioni della società civile che si batte da anni contro l’impunità dei criminali di guerra. «Una buona parte dei nostri parlamentari dovrebbe rispondere a un tribunale internazionale sui delitti commessi negli anni della guerra civile. Nelle loro province continuano a governare con la violenza, senza alcun rispetto dei diritti umani. Karzai, invece, ha garantito ai warlords l’amnistia, con la Legge di Riconciliazione Nazionale, fatta passare quasi in segreto. Nessuno gli ha impedito di ripresentarsi e saranno sempre loro a essere eletti con qualche talebano in più, dopo la pacificazione con gli insorgenti, decisa alla Conferenza di Kabul. Raccogliamo ogni giorno consensi tra la gente ma, per raggiungere il nostro scopo, ci vorrà molto tempo». Pazienza e coraggio sono tra le poche cose che in Afghanistan non mancano. Rawa, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane, si batte per i diritti delle donne, contro il fondamentalismo, dal 1977. «Come si può pensare a elezioni democratiche in un Paese sconvolto dalla guerra, in mano a d elinquenti armati, che è diventato il centro internazionale! del tra ffico di droga? La truffa delle elezioni serve a Karzai per liberarsi dei suoi avversari e controllare meglio il Parlamento e agli Usa per il loro show democratico. Se anche qualche brava persona riuscirà a essere eletta non avrà alcun potere». Dice Mehmooda, militante dell’organizzazione, la più minacciata per le sue posizioni radicali: «Le truppe della coalizione devono ritirarsi. Il disastro in cui ci troviamo è provocato dai talebani, dalla guerra e dall’occupazione, dal governo dei fondamentalisti. Tutte parti di uno stesso gioco. La maggioranza dei talebani si vende al miglior offerente. Sono pedine degli Stati confinanti in funzione antiamericana. Ma anche con gli americani fanno accordi. Giustificano l’occupazione e servono a Karzai per bilanciare lo strapotere dei warlords. Il suo governo sta in piedi solo col sostegno degli Usa che continua a riempire le loro tasche di dollari e il Paese di morti innocenti. Se le truppe si ritirassero, non sarebbe un paradiso, ma questi fantocci crollerebbero, sarebbe più facile sbarazzarsene. E finirebbe l’incubo dei bombardamenti».

Article taken from OSSERVATORIO AFGHANISTAN - http://www.osservatorioafghanistan.org

7 ottobre 2010

Presidio del primo ottobre in ricordo di Teresa Buonocore












Bologna P.zza Nettuno
Il 1 ottobre 2010 ore 18
Altracittà lista civica di donne di Bologna

ha chiamato le donne della città a partecipare al presido in solidarietà e in concomitanza con la fiaccolata delle donne di Portici indetta dall'UDI di Napoli per ricordare Teresa Buonocore uccisa per aver denunciato lo stupro della figlia.
Riportiamo il comunicato dell'Udi, che condividiamo in tutto e per tutto
BASTA MORIRE PER ESSERE LIBERE
Una fiaccola, più una, più una ..........per Teresa

Saremo tutte in piazza, a Portici con le donne di Portici, con tutte le donne che hanno paura, con tutte quelle che hanno coraggio,

Per lei che ha vinto la paura, per avere il coraggio di andare verso la libertà di sua figlia e delle figlie di tutte, vogliamo scandire le parole che avrebbe detto, se le armi omertose “della famiglia” non l’avessero zittita. Teresa voleva vivere, parlare e compiere i gesti necessari a tutte.

Teresa non cercava la morte, cercava la vita come deve essere vissuta, e ha chiesto allo Stato di vincere con lei sull’arroganza efferata che spezza le vite di bambine, bambini e donne.

Ancora una volta è stato troppo tardi, un altro motivo per dire basta con tutta la forza che abbiamo e per dire che non basta deplorare. Un altro motivo per chiedere che tutti, ma prima di tutti lo Stato, scelgano da che parte stare.

Gli assassini hanno colpito per affermare il diritto a disporre dei corpi e delle coscienze, per stabilire chi comanda. Il grido delle donne, la loro capacità di opporsi al controllo mafioso sulle loro vite sono un patrimonio di civiltà che non può e non deve essere più essere dissipato e calpestato.

All’orrore non si risponde con le lacrime. Il coraggio delle donne, il coraggio di Teresa, rivendica il riscatto della politica dalle complicità con chi usa donne e bambini come oggetti.

Ci vogliono atti concreti, ci vuole una legge organica contro le violenze, ci vuole la salvaguardia delle vittime, perché sono le testimoni, il bene più prezioso per costruire la giustizia. Ci vuole coraggio e i politici devono finalmente averne, quello delle donne troppo spesso finisce nel
sangue.

Invitiamo tutte ad essere con noi, con una fiaccola per la libertà dal silenzio che avvolge un crimine antico e organizzato, che deve e può essere sconfitto: di fronte al dolore di sua figlia e di ognuna, mobilitarsi perchè Teresa sia l’ultima è un dovere non un’utopia.

BASTA MORIRE PER ESSERE LIBERE
BASTA MORIRE DA DONNE PER LIBERARE TUTTI DALL’ORRORE

Udi di Napoli, Udi Di Portici, La Camera delle donne, Associazione Maddalena, Arcidonna, Donne Medico Arcilesbica, Istituto Campano per la Storia della Resistenza, Femminismo a Sud, UDI Monteverde (Roma), Consigliera di Parità della Provincia di Napoli, Donne in nero Napoli, Pina Orpello dell'ANPI, Dolores Madaro - Anpi, UIL Napoli, UIL Campania, UDI Catania, UDI Romana La Goccia, DonneSudonne, Rosa Oliva - Aspettare stanca, Cooperativa Eva, Centro Antiviolenza Eva, Centro Antiviolenza Aradia, Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, UDI "le orme"- Reggio Calabria, UDI Lentini. CEDAV Messina, Controviolenzadonne, MediterraneanMedia- Cosenza, CGIL Campania, CGIL Napoli, Associazione Sott' e n'coppa, Sportello Antiviolenza Lilith, Associazione Salute donna, Centro La Magnolia, AFEM (association femmes Europe Meridionale), CISL Campania, CISL Napoli, Casa Internazionale delle Donne- Roma, Tina Femiano, Centro antiviolenza ERINNA- VT, Rosanna Leone, Associazione Onesto Rossi, Fuoricampo Associazione Lesbica - Bologna, Quelle che non ci stanno -Clitoristrix- Bologna, Altra Città- Lista civica di donne - Bologna.

5 ottobre 2010

Solidarietà delle Donne in Nero di Bologna a Nosheen

Esprimiamo tutta la nostra vicinanza a Nosheen, la ragazza pakistana selvaggiamente picchiata dal fratello per essersi ribellata a nozze imposte e la cui madre Begum Shahnaz, intervenuta in sua difesa, è stata uccisa dal marito a Novi di Modena.

Nosheen aveva da poco conseguito la qualifica di operatrice della moda in un istituto superiore di Carpi e, pur non avendo mai avuto un gesto di ribellione nei confronti della famiglia, aspirava come tante sue coetanee a una vita serena da condividere con un compagno liberamente scelto.

Ci fa inorridire la reazione violenta degli uomini della sua famiglia che, succubi di una cultura patriarcale, hanno così brutalmente esercitato il loro potere di maschi su due donne indifese.

Sottolineiamo che l’episodio non ha nulla a che vedere con la religione islamica: basta ricordare le centinaia di donne che quotidianamente in Italia e nel resto del mondo sono vittime della brutalità dei loro uomini.

26 agosto 2010

La commemorazione del 15° anniversario del genocidio di Srebrenica








Di Patricia Tough





Quest’anno un gruppo di Donne in Nero provenienti da Roma, Napoli e Bologna ha partecipato alla commemorazione del 15° anniversario del genocidio di Srebrenica insieme alle Zene u Zrnom di Belgrado conclusasi con la sepoltura di 750 delle vittime che, ritrovate nelle fosse comuni, hanno potuto essere ricomposte nei centri di identificazione attraverso un lavoro certosino che vede la partecipazione di più figure professionali e l’impegno delle/i superstiti.

La relazione con le Zene Srebrenice (Donne di Srebrenica) si è andata costruendo e poi consolidando con la partecipazione di Nura Begovic a una serie di iniziative da noi organizzate a Bologna che ha fatto conoscere la loro storia e le loro attività in vari luoghi della città.

Nel corso di tali incontri è nata l'idea di metterle in relazione con Nedda Alberghini dell'associazione "Le case degli Angeli di Daniele", che non solo ha assegnato loro nel 2009 il premio annuale che da alcuni anni viene generalmente dato a donne che si sono particolarmente distinte per il loro impegno umanitario e sociale, ma ha generosamente donato alla loro associazione una casa bella e adatta alle attività che queste donne svolgono (la vedete nella foto).

Le Zene Srebrenice depositarie, in un certo senso, della memoria del genocidio, in modo laico, senza interferenze religiose, ogni 11 del mese organizzano una manifestazione di donne a Tuzla con striscioni ricamati con i nomi di tutte le vittime. Sostengono in particolare le donne e le famiglie che devono passare attraverso le fasi del riconoscimento dei resti dei propri cari (spesso l'intera famiglia), viaggiano con loro nei luoghi dei massacri, le assistono nel centro di identificazione svolgendo un lavoro faticoso ma importantissimo alla ricerca di memoria, verità e giustizia come in tanti altri luoghi del mondo.

Queste donne che meritano tutta la nostra ammirazione finalmente, per merito dell’Associazione “Le case degli angeli di Daniele”cui anche noi siamo grate, hanno una sede in cui svolgere il loro fondamentale lavoro anche fornendo ospitalità a coloro che ne hanno bisogno.
La nostra presenza lì, a differenza delle ZUC che ne fanno un aspetto fondamentale della loro politica, rappresenta una forma di solidarietà e sorellanza non organizzata, un attestazione del fatto che non dimentichiamo e siamo al fianco delle Zene Srebrenice e delle ZUC .

Le ZUC lottano per una memoria giusta e condivisa, per la giustizia e soprattutto per mettere in atto in maniera effettiva quel "non in nostro nome" tanto usato anche da noi, ma che nel loro caso diventa assunzione di responsabilità e una richiesta di perdono anche per gli altri. Il significato della loro lotta è “non dimenticare” assieme alle donne di Srebrenica , accompagnandole lungo il cammino della giustizia e della verità, anche partecipando ai processi ai criminali di guerra insieme alle parenti delle vittime (vedi libro sul processo agli Scorpioni di Jasmina Tesanovic).
Tutto questo non ci impedisce di dare un giudizio sulla cerimonia: ci preoccupa l'eccessiva connotazione religiosa che la caratterizza e l'attribuzione alle vittime di una identità religiosa che certamente non era così accentuata, nel tentativo di dare a questo conflitto una finalità religiosa che non era preponderante, ma che è servito ad accendere gli animi di una società molto militarista. Valori fortemente connotati al maschile hanno così dato il via a quella che è stata una guerra non dichiarata con assedi senza fine, come a Sarajevo e Mostar, cogliendo le popolazioni completamente di sorpresa come ancora testimoniano persone che abbiamo sentito in queste città.
Ci preoccupa inoltre la presenza di Erdogan (unico presidente a rappresentare il proprio paese) che in questi ultimi tempi di ha scelto il terreno di un’alleanza con il dittatore/lapidatore Ajmaddinhejad. Per la prima volta è stato presente Tadic, presidente della Serbia, anche se il parlamento serbo ha votato un documento in cui a ciò che è accaduto a Srebrenica si riconosce solo valore di massacro e non di genocidio.

Le numerose presenze politiche internazionali si sono espresse con un profluvio verbale che sembrava non voler avere fine, mentre le famiglie delle vittime accusavano malori per il caldo torrido.

Poi finalmente la sepoltura dopo tanta, troppa attesa.....



26 giugno 2010

Appello di Luisa Morgantini alla Comunità Internazionale


Appello alla Comunità Internazionale per fermare la politica illegale israeliana di deportazione di cittadini palestinesi da Gerusalemme Est


Il Ministero degli Interni israeliano ha deciso di revocare la cittadinanza di Gerusalemme a tre membri del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC) – Sheikh Mohammed Abu Tair, Mohammad Totah and Ahmed Attoun – così come a Khalid Abu Arafa, ex ministro del decimo governo Palestinese. Nei giorni scorsi la polizia ha notificato loro l’ordine di lasciare Gerusalemme entro il 3 luglio 2010. La motivazione data loro per giustificarne la deportazione è che essere stati eletti nel PLC ed essere membri del governo palestinese non è “leale” verso lo Stato di Israele. Questa motivazione , oltre ad essere evidentemente contraria alla legalità internazionale, che considera Gerusalemme Est parte dei Territori Occupati Palestinesi e non riconosce l’annessione israeliana di Gerusalemme – è anche in contraddizione con gli accordi firmati da Israele sull’elezione dei membri del PLC a Gerusalemme.
Ancora una volta le autorità israeliane violano i fondamentali diritti umani della popolazione palestinese, in un più vasto contesto che vede la politica israeliana diventare ogni giorno più aggressiva contro la presenza di palestinesi a Gerusalemme. L’aumento delle attività di colonizzazione, la demolizione di case, la deportazione e la confisca delle Carte d’Identità continua nella parte Est della città, così come l’espulsione di famiglie palestinesi dalle loro case nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan.
In base ai dati forniti dal Ministero degli Interni Israeliano, soltanto nel 2008 sono state 4.577 le cittadinanze revocate ai palestinesi di Gerusalemme. Inoltre, la municipalità di Gerusalemme ha ratificato un piano di demolizione e confiscato numerose case palestinesi nel quartiere di al-Bustan, a Silwan, e ha fatto partire i lavori per costruire 600 nuove unità abitative a Beit Hanina, nell’area di Shufat.

Tutte le persone che credono nei diritti umani e nel rispetto della legalità internazionale dovrebbero appellarsi alla Comunità Internazionale, ai Parlamenti, ai Governi e all’Unione Europea non solo per condannare, ma anche per prendere seri e concreti provvedimenti per fermare la politica israeliana di deportazione, per impedire l’espulsione da Gerusalemme dei tre membri del PLC e dell’ex ministro, per fermare la confisca di Carte d’Identità ai cittadini palestinesi di Gerusalemme e tutte le attività di colonizzazione.

Luisa Morgantini
Già Vice Presidente del Parlamento Europeo
Associazione per la Pace

23 giugno 2010

Un anno fa moriva Neda - Intervista alla madre


Un brano dell'intervista dell'Espresso alla madre di Neda un anno dopo la sua uccisione:
Lei continua a ripetere che gli occhi di Neda rimarranno aperti fino a quando tutto ciò per cui si batteva non diventerà realtà. Che cosa voleva, che cosa sognava Neda?
"Neda cercava la libertà. Come donna, lottava per le libertà sociali e la dignità umana. Neda sosteneva che le donne e gli uomini erano uguali e si chiedeva perché in Iran le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini. Neda non riusciva ad accettare l'hijab obbligatorio. Neda si era iscritta alla facoltà di teologia e filosofia, e dopo tre semestri aveva scelto di abbandonare gli studi perché nella sua facoltà era obbligatorio indossare il chador. Mia figlia diceva sempre: "Che vita è quella dove uno, ogni volta che deve uscire, deve preoccuparsi di come vestirsi per non avere problemi? Perché ogni volta che uno va ad una festa deve convivere con il timore delle irruzioni della polizia?" Neda credeva nella parità tra i sessi e nella libertà, e proprio per questo aveva partecipato a tutte le manifestazioni organizzate prima e dopo il voto dell'anno scorso".

Qui l'intervista completa

Un premio a Madrid per Malalai....occhio alla maglietta!



Malalai Joya è stata premiata a Madrid per il suo impegno umanitario in Afghanistan (notizia da Italiarawa)

31 maggio 2010

Attacco israeliano contro la Freedom Flottilla. Morti e feriti

DA PEACEREPORTER

31/05/201

Israele ha attaccato la Freedom Flottilla. Ci sono morti e feriti, ma le cifre sono ancora poco chiare
Due morti civili, diversi feriti, di cui uno grave. L'attacco militare di Israele contro la Freedom flottilla ha lasciato dietro di sè sangue di civili e infuocato le reazioni politiche e internazionali.
Nell'arrembaggio, secondo una tv privata israeliana, sarebbero morte dieci persone, mentre secondo i media turchi sono morte due persone e diverse altre sono state ferite. La stampa israeliana ha riferito che un ferito è stato trasportato in elicottero in un ospedale di Haifa. Le sue condizioni, a quanto si è appreso, sono di media gravità. Il portavoce militare israeliano non ha finora rilasciato alcun comunicato in merito all'operazione della marina al largo di Gaza.
La radio israeliana ha riferito che ad Ankara il governo turco è stato convocato in seduta di emergenza e che l'ambasciatore di Israele è stato convocato al ministero degli esteri per una protesta. Alcune navi della flottiglia battono bandiera turca e una ONG turca sarebbe uno dei principali organizzatori dell'intera operazione di invio di una flottiglia di aiuti a Gaza sotto assedio. Israele, che nega che a Gaza sia in atto una crisi umanitaria, aveva ripetutamente avvertito che avrebbe impedito alla flottiglia di arrivare a Gaza ma si era offerto di far pervenire a destinazione gli aiuti, dopo ispezione, tramite un valico terrestre. Per Israele, perciò, l'intera operazione è una «provocazione» studiata con l'intento di diffamare la sua immagine agli occhi del mondo.
Angelo Miotto

24 maggio 2010

Diciamo no all’invio di altri 1000 militari italiani in Afghanistan!


Esprimiamo il nostro cordoglio per i soldati morti e per tutte le donne, uomini, bambine e bambini afgane/i uccise/i anche dalle truppe di occupazione.

Manifestiamo il nostro forte dissenso nei confronti delle affermazioni del ministro La Russa che, in seguito all’uccisione di due militari e il ferimento di altri due tra cui una donna, ha espresso la volontà del governo italiano di inviare altri 1000 militari in Afghanistan in aggiunta ai 3000 già operanti.

Ribadiamo la nostra contrarietà assoluta alla partecipazione del contingente italiano all’occupazione militare dell’Afghanistan da parte delle truppe USA e NATO.

Ricordiamo le parole di Malalai Joya durante il suo recente viaggio in Italia che l’ha portata anche a Bologna : “Il popolo afgano deve attualmente difendersi da tre nemici : i Talebani, i Signori della guerra che sono ancora al governo e le truppe di occupazione straniera” e il suo appello ai parlamentari italiani perché si voti per il ritiro dell’esercito italiano dal Paese, affinché la popolazione possa autonomamente lottare contro i nemici interni.

Sottolineiamo che questa occupazione militare diventa sempre più impopolare come dimostrano l’impegno di tutta la società civile e democratica afgana nel chiedere il ritiro delle truppe straniere e l’appello per ottenere verità e giustizia per le vittime della guerra nella Loya Jirga del popolo, convocata parallelamente a quella istituzionale che ha visto la presenza dei signori della guerra e dell’oppio disposti a tutto pur di mantenere il controllo del Paese e soprattutto delle sue risorse.

Donne in Nero - Bologna

Verità e giustizia per Genova

La sentenza della Corte d’Appello ha finalmente dato ragione all’impegno di tutte e tutti coloro che chiedevano verità e giustizia per i gravissimi fatti di Genova del 2001, in particolare per le inaudite e indiscriminate violenze esercitate su giovani donne e uomini inermi che anche da altri paesi europei erano venuti a Genova a manifestare pacificamente contro il G8. La Diaz era uno dei luoghi offerti dal Comune per ospitare i manifestanti per la notte e quindi doveva essere un luogo di accoglienza istituzionale.
Riteniamo che in quel momento sia stato attuato un esperimento di militarizzazione repressiva del territorio e di riduzione delle libertà democratiche già anticipato nelle precedenti manifestazioni di Napoli.
E’ particolarmente importante la recente sentenza di questo processo in un momento in cui sono alti i rischi di militarizzazione generalizzata in risposta a problemi ed emergenze sociali come è avvenuto con il terremoto dell’Aquila.
Ci preoccupa il prevalere di soluzioni sicuritarie e repressive a fronte della grave situazione economica politica e sociale emergente in modo sempre più evidente. La grottesca difesa da parte del governo di questi picchiatori che rimangono al loro posto in spregio alla sentenza della magistratura conferisce ancora maggiore senso alle nostre preoccupazioni per la tenuta democratica del nostro Paese.

Donne in Nero - Bologna

COOP E NORDICONAD INTERROMPONO LA COMMERCIALIZZAZIONE DEI PRODOTTI DEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI

COMUNICATO STAMPA

Un importante risultato della campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro l’apartheid israeliano
22 maggio 2010 - A seguito della campagna di pressione della coalizione italiana contro la Carmel-Agrexco, due importanti catene italiane di supermercati, COOP e Nordiconad, hanno dichiarato la sospensione della vendita dei prodotti Agrexco, principale esportatore di prodotti agricoli da Israele e dalle colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati. Nordiconad è il gruppo cooperativo con funzione di centro di acquisto e distribuzione di CONAD che opera in nord Italia. Il direttore di Nordiconad, dott. Covili, ha dichiarato che dalla fine di aprile ogni prodotto riconducibile ad Agrexco non è più nei loro supermercati. COOP Italia nella persona del Dott. Zucchi, direttore qualità di COOP Italia, ha invece affermato che esiste un problema di tracciabilità commerciale, ovvero che il consumatore non è in grado di verificare se il prodotto in questione provenga o meno dai territori occupati. Pertanto COOP Italia ha deciso di “sospendere l’approvvigionamento di prodotti provenienti dai territori occupati”.
La campagna di pressione sulle aziende della grande distribuzione ha preso il via a gennaio di quest anno dopo un incontro nazionale della coalizione Stop Agrexco a Savona, dove arrivano le navi container di Agrexco per la distribuzione in Italia. Viene coordinata a livello europeo con movimenti analoghi, inclusa la Coalition Contre Agrexco in Francia, che riunisce più di 90 associazioni nell’obbiettivo comune di opporsi all'insediamento della ditta israeliana al porto di Sete (Languedoc-Roussillon). In Italia, clienti e soci Coop e associazioni attive nella campagna hanno iniziato a inviare lettere di protesta alle riviste dei consumatori Coop per chiedere di ritirare dalla vendita le merci prodotte nelle colonie dei territori occupati. Questa iniziativa è stata estesa anche a CONAD. La campagna è culminata il 30 marzo, quando in occasione della giornata della Giornata della Terra Palestinese e del BDS Day, manifestazioni, sit in e azioni informative si sono coordinate nei supermercati di varie città italiane. Dopo queste azioni è iniziata una corrispondenza con le dirigenze di COOP e CONAD, a cui sono seguiti contatti diretti e incontri con rappresentanti della Coalizione italiana Stop Agrexco. Negli incontri i rappresentanti di Stop Agrexco hanno documentato ulteriormente in maniera puntuale la denuncia della commercializzazione illegale di prodotti provenienti dalle colonie e della situazione di violazione della legalità internazionale e dei diritti umani in Palestina che caratterizza la produzione di quelle merci
Il risultato ottenuto grazie alle pressioni messe in campo da consumatori responsabili, soci e attivisti è senza dubbio positivo. Tuttavia gli attivisti e le attiviste di Stop Agrexco continueranno a vigilare se alle dichiarazioni seguiranno i fatti, e invitano tutti e tutte a partecipare a questa lotta per il rispetto del diritto internazionale, e la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese.
Contatti:
Stop Agrexco Italia
333 11 03 510
stopagrexcoitalia@gmail.com
Ulteriori informazioni sulla campagna contro l’Agrexco sono disponibili sul sito internet della coalizione: www.stopagrexcoitalia.org
CHI È L'AGREXCO: Agrexco Agricultural Export Company Ltd.è il principale esportatore di prodotti agricoli israeliani, inoltre commercializza il 60-70% di frutta, verdura, fiori e erbe aromatiche prodotte nelle colonie costruite illegalmente in territorio Palestinese. La società è stata fondata nel 1956, è per metà di proprietà dello stato Israeliano che ne detiene il 50% delle azioni. La Agrexco ha circa 500 dipendenti e sedi in Europa, Giappone e USA. Nel 2008 il ministero delle finanze israeliano ha deciso di privatizzare la società, anche se ad oggi la privatizzazione non e' ancora effettiva. Durante un processo tenutosi in Inghilterra nel 2004, il direttore generale della Agrexco UK, Amos Orr, ha testimoniato che la Agrexco commercializza il 60-70% di tutti i prodotti provenienti dalle colonie israeliane. Nello stesso sito della Agrexco vengono pubblicizzati dei fichi provenienti da Masuah, una colonia della Valle del Giordano. Questi prodotti, insieme ai prodotti provenienti da Israele sono distribuiti sotto il marchio “Carmel” . L’80% dei prodotti della Agrexco viene esportato e venduto in Europa, principalmente in Inghilterra. A partire dall’estate 2009 l'Italia contribuisce a distribuire i prodotti illegali delle colonie, offrendo uno dei due principali porti di attracco Europei per le navi Agrexco a Vado Ligure, Savona.
LA CAMPAGNA BDS: Nel 2005 la società civile palestinese ha formulato una proposta unitaria ai movimenti internazionali di solidarietà: individuare modalità di boicottaggio di prodotti israeliani, disinvestimento da attività commerciali in Israele, sanzioni sullo Stato di Israele, boicottaggio accademico o culturale delle istituzioni israeliane che collaborano con l'occupazione e l'Apartheid o che non prendono posizione contro queste cose. Tutte queste richieste sono state formulate coerentemente nella campagna BDS (www.bdsmovement.org). Il movimento di BDS ha già collezionato molti successi (ad esempio contro le compagnie Veolia, Africa-Israel, Motorola) ed ha trovato adesioni in organizzazioni della società civile, accademiche, sindacali e governative di tutto il mondo, Israele inclusa. Tutti i sindacati degli stessi lavoratori palestinesi, sfruttati come forza lavoro a basso costo nelle società e piantagioni israeliane, sono tra i promotori della campagna di BDS.
STOP AGREXCO ITALIA: La coalizione italiana contro la Carmel-Agrexco è nata nell’autunno del 2009 a seguito di una conferenza a Pisa sulla campagna internazionale di boicottaggio disinvestimento e sanzioni (BDS), la risposta nonviolenta della società civile palestinese all’occupazione Israeliana. La coalizione italiana contro l'Agrexco aderisce alla chiamata palestinese al BDS in ogni suo aspetto, insieme ad un numero sempre crescente di organizzazioni e movimenti italiani ed internazionali. L'obiettivo è far sì che iniziative di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele simili a quelle applicate al Sud Africa nel periodo dell'Apartheid possano indurre il governo israeliano a riconoscere il diritto inalienabile del popolo palestinese all'autodeterminazione ed a rispettare le norme del diritto internazionale. L’appello della Coalizione Italiana contro l’Agrexco ha ricevuto ad oggi più di 50 adesioni di associazioni nazionali e locali, sindacati e partiti politici, tra cui Assopace, Attac, Donne in nero, Federazione della Sinistra, FIOM-CIGL, Forum Palestina, Pax Christi Italia, rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione), Servizio Civile Internazionale, Sinistra Critica, Un Ponte Per..

21 maggio 2010

AFGHANISTAN La jirga delle vittime per la giustizia


Senza giustizia non ci sarà alcuna riconciliazione nazionale

Kabul, 10 maggio 2010.
Oltre 30 anni di conflitti e di violenta repressione hanno causato, in Afghanistan, un milione e mezzo di vittime civili, milioni di sfollati, mutilati, deprivati. Oggi, il governo afghano e la comunità internazionale parlano di riconciliazione, ma che cosa chiede la popolazione? Che tipo di pace immaginano le vittime di gravi violazioni dei diritti umani?

Gli afghani hanno cercato risposte a queste domande il 9 maggio, in maniera inusuale, quando oltre 100 vittime e i loro rappresentanti provenienti da ogni regione dell’Afghanistan e da ogni periodo del lungo conflitto si sono riuniti a Kabul per condividere le loro esperienze e articolare una visione comune per una pace giusta.

La jirga delle vittime per la giustizia, tenutasi all’hotel Sitara, è stata organizzata dal TJCG (Gruppo di coordinamento per la giustizia transizionale), una coalizione di 25 associazioni della società civile afghana che lavorano sul tema della giustizia transizionale. La jirga è stata un valido strumento per far sì che la maggioranza delle persone dimenticate dal dibattito sulla riconciliazione – il popolo afghano – avesse modo confrontarsi.

L’incontro, il primo di questo genere in Afghanistan, è stato molto emozionante: le vittime hanno raccontato storie di brutali crimini, di perdite personali e di impunità. “Mi sono sposata molto giovane” ha detto un’anziana signora proveniente dalla provincia di Kunar. “Nel mio villaggio ha avuto luogo un massacro: mio marito, mio zio e tutta la mia gente è stata uccisa”. Il villaggio della donna fu il luogo di un massacro di oltre mille persone perpetrato nell’era comunista.

Un uomo di Takhar è scoppiato a piangere mentre descriveva la reazione di un ufficiale al rapimento e all’uccisione di due dei suoi figli nel 2007, per mano di un comandante locale. L’ufficiale gli ha detto che era giovane, e che avrebbe avuto la possibilità di fare altri figli. “Noi vogliamo giustizia” ha detto la vittima “e i responsabili dei crimini devono andare sotto processo”.

La richiesta di istituire dei processi è stata ripetuta da tutti i partecipanti della jirga.

“Un criminale di guerra è un criminale di guerra, indipendentemente dalla sua religione o dalla sua etnia. Tutti questi criminali devono essere processati”, ha detto una vittima dell’era dei talebani, di Kabul. “Se vogliamo una pace duratura, e non una pace ‘politica’ di breve corso, è necessario che i crimini del passato vengano almeno riconosciuti”. L’uomo ha descritto come suo fratello fosse stato frustato a morte dai talebani nel 1997. Poi, con voce tremante, ha aggiunto: “Non vogliamo vendette. Non vogliamo lavare il sangue con altro sangue. Vogliamo giustizia”.

Una vittima della guerra civile (1992-96) proveniente da Parwan ha paragonato una pace senza giustizia alla preghiera senza abluzioni.

Nella seconda parte dell’incontro i partecipanti si sono divisi in gruppi di lavoro per discutere come pensano si debba affrontare la questione dei crimini del passato e come sia possibile conseguire la pace per il futuro. Le raccomandazioni che i gruppi hanno presentato durante le conclusioni della conferenza sono state il prodotto dell’accordo raggiunto tra le vittime di diverse origini.

Tra le loro richieste principali, l’istituzione di processi nei confronti di chi ha commesso crimini e gravi violazioni dei diritti umani, il sostegno sociale ed economico alle vittime sotto forma di risarcimenti, aiuti alle vittime disabili, ricostruzione giusta e trasparente del paese, aiuti alla popolazione colpita dal conflitto e creazione di maggiori spazi nei quali le vittime possano incontrarsi e formulare le loro richieste.
Da alcuni gruppi è anche venuta la richiesta di sospendere i criminali dagli incarichi istituzionali e governativi e di prevenire simili crimini nel futuro, attraverso un disarmo generalizzato e il congelamento dei beni dei criminali.

Alla domanda riguardo alle loro richieste nei confronti della comunità internazionale le vittime hanno risposto che vorrebbero aiuto per l’individuazione e la documentazione delle fosse comuni e dei luoghi nei quali sono state commesse le più gravi atrocità e di sostenere con decisione i processi di giustizia transizionale.

Ogni gruppo ha sottolineato con forza che in Afghanistan senza giustizia non sarà possibile costruire una pace durevole.

Fonte: The Afghanistan Analysts Network (http://www.aan-afghanistan.org/index.asp?id=747)
Traduzione: Laura Quagliuolo

Lettera all'ANPI a proposito della campagna BDS

Sabato 15 Maggio 2010
Al presidente nazionale dell’ANPI, Raimondo Ricci
Al Presidente dell'Anpi Roma/Lazio, Massimo Rendina
Via degli Scipioni 271 - 00192 Roma

A tutte le sedi ANPI
disseminate sul territorio nazionale


Nel giorno di commemorazione della Nakba ci rivolgiamo a Voi,
Gentili Signori/e SOCI dell’ANPI

Voi che foste partigiani e testimoniaste direttamente la volontà di eleggere Libertà e Giustizia a reggere i rapporti tra le persone ed i popoli perché tutti possano vivere in Pace, contro la ferocia che il Nazifascismo aveva instaurato in Europa e nel mondo. Voi che avete ereditato i valori di libertà e giustizia che tale lotta seppe incarnare, voi che oggi desiderate prolungarne la storia ed il valore senza perderne la traccia significativa nella moralità che detta i vostri gesti.

La festa della Liberazione è per noi l’omaggio alla Resistenza partigiana, ai suoi valori, il ricordo indelebile del suo esempio. Tuttavia il 25 aprile scorso il comizio convocato dall’ANPI a Porta San Paolo ha accolto diversi esponenti dell’Associazione Romana Amici d’Israele, che appoggia il razzismo nazionalista dello Stato di Israele, ed ha distribuito un volantino che inneggiava al sionismo e allo Stato di Israele. Tra la folla spiccavano inoltre diverse bandiere israeliane, tra cui quella dell’aviazione israeliana. Era inoltre presente Fiamma Nirenstein, deputata del PDL, proprietaria di un immobile presso un insediamento illegale israeliano, Gilo, costruito su terre occupate palestinesi.

Confidando nelle vostre buone intenzioni vorremmo in questa sede ricordarvi il motivo per cui riteniamo che Israele non solo non rappresenti i valori della Resistenza, ma ne faccia scempio. Vorremo ricordarvi l’esigenza di sapere da voi difesi tali valori, nella memoria di chi diede la vita per farli rispettare:

1) Il valore della pace ed il ripudio di guerre offensive riconosciuto dall’articolo 11 della Costituzione Italiana, violato dall’ esercito di Israele innumerevoli volte, ultima delle quali nel dicembre 2008 a Gaza, quando l’aviazione israeliana commise un massacro (1400 morti, la maggior parte dei quali civili, 352 bambini);

2) Il valore della libertà di ogni individuo, riconosciuto nella carta universale dei diritti umani e principio fondante della resistenza contro l’occupazione tedesca e contro il regime fascista in Italia. Tale principio viene negato al popolo palestinese da 62 anni. 7 milioni di rifugiati in esilio e persone internamente dislocate non possono ritornare alle proprie case, 11.000 prigionieri politici vivono in condizioni disperate nelle carceri israeliane (di cui 340 bambini), 2.4 milioni di abitanti nella West Bank vivono segregati al di là di un muro illegale (condannato dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia nel 2004) e privi di libertà di movimento, 1.5 milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza sotto Assedio, in una prigione a cielo aperto, ridotti alla fame da un embargo disumano;

3) Il valore dell’uguaglianza, riconosciuto dalla carta universale dei diritti umani, dalla costituzione italiana e da innumerevoli trattati del diritto umanitario internazionale. Tale valore viene negato ai palestinesi in quanto Israele si autodefinisce “Stato democratico Ebraico” e tutti gli abitanti non ebrei di Israele non godono degli stessi diritti degli altri cittadini. Per questo motivo La Legge Per il Ritorno israeliana rilascia immediata cittadinanza a tutti gli ebrei nel mondo che intendano trasferirsi a vivere in Israele. Un diverso trattamento viene invece riservato ai rifugiati palestinesi che scapparono o furono cacciati durante la guerra del 1948. Tali persone posseggono ancora case, terre e legami familiari in quei luoghi di origine. Israele tuttavia non riconosce loro il diritto al ritorno e quindi di cittadinanza (diversamente da quanto prescritto dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite). Uguaglianza viene similmente negata ai palestinesi cittadini dello stato d’Israele, sottoposti a leggi discriminatorie che ne limitano le libertà personali (nel matrimonio e nell’acquisto di immobili, per esempio);

4) Il valore dell’ autodifesa contro una forza occupante, che vede i palestinesi nel diritto di opporsi ad un continuo ed implacabile progetto di pulizia etnica che li vuole allontanare dalle proprie case e dalle proprie terre (nei soli quartieri di Silwan e Sheik Jarrah, presso Gerusalemme Est, migliaia di Palestinesi hanno recentemente ricevuto ordini di espulsione dalle proprie case);

5) Il valore universale di giustizia, principio fondante del diritto internazionale e principio morale a cui i partigiani si ispirarono, di cui la Signora Fiamma Nirenstein è flagrante violatrice in quanto proprietaria di un immobile costruito su terre illegalmente sottratte ai proprietari legittimi. Le colonie israeliane sono state ripetutamente definite illegali nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n°446, 452, 465, 471 e 476.

Vi chiediamo pertanto di raccogliere informazioni circa le innumerevoli violazioni del Diritto Internazionale compiute da Israele dal 1948 fino ad oggi;

Vi preghiamo di continuare la lotta contro l’antisemitismo ed ogni forma di razzismo che sorge nel mondo, incarnando in questo la volontà degli innumerevoli martiri di cui l’ANPI raccoglie la storia;

Vi invitiamo ad unirvi con noi nella Campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, una forma di resistenza non violenta volta a fare pressioni sullo Stato di Israele affinché tutti i valori che abbiamo elencato precedentemente vengano rispettati;

Vi esprimiamo il nostro desiderio di incontrarvi per approfondire insieme le ragioni del nostro scontento ed i contenuti di questa missiva.


Cordiali Saluti

ISCRITTI ALL’ANPI/PARENTI DI PARTIGIANI/PARTIGIANI
1. Francesco Taddei, Già dirigente Nazionale FILCAM/CGIL, attualmente iscritto all’ANPI Sezione di Fucecchio (Fi)
2. Gabriella Grasso, Sorella di Vittorio Grasso Caprioli Partigiano fucilato dai tedeschi Milano
3. Sara Venturini, Nipote del Partigiano Caio Dottori (Ancona)
4. Alfredo Tradardi, Figlio di Mario Tradardi Medaglia d'argento alla memoria, Brigata Partigiana Abruzzese Majella
5. Francesca Antinucci, Nipote di Giuseppe Cordisco/ Melfi, Battaglione Manara Brigata Buozzi
Divisione Garibaldi Natisone
6. Giuliana Ortolan, Padova, Nipote di Martini Teresa, Liliana e Lidia che hanno fatto la Resistenza e sono state poi internate
7. Alessandro Bellucci, iscritto all’ANPI sezione Potente
8. Anna Morelli, Figlia di Mario Morelli, resistente italiano, deportato in Germania, riconosciuto prigioniero politico in Belgio.
9. Massimo Dalla Giovanna, Figlio di Ezio, Partigiano prima nel Canavese e poi a Genova
10. Nino Villa, iscritto all'ANPI di Imola, Nipote di Massimo "Nino" Villla, ucciso a 47 anni la notte della Liberazione di Imola (13.04.45) dai nazisti in fuga, facente parte della Resistenza
11. Gianna Benucci, Associazione per la Pace di Padova, Madre partigiana, Padre deportato in Germania a causa del rifiuto al regime fascista
12. Simone Pelloni, Nipote di Colombo Pelloni, Partigiano attivo nell'Appennino Bolognese
13. Caterina Donattini, Pronipote di Massimo Villa, Partigiano di Imola, fucilato la notte della Liberazione
14. Nicoletta Crocella, Responsabile Edizioni Stelle Cadenti, Figlia di Bruna Porro Crocella ed Osvaldo Crocella e Nipote di Ezio Porro attivi nella Resistenza italiana nelle Valli del Bresciano
15. Liduina Cordisco, Figlia di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
16. Carmela Cordisco, Figlia di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
17. Agostino Cordisco, Figlio di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
18. Martina Cordisco Nipote di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
19. Giuseppe Cordisco Nipote di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
20. Valentina Antinucci Nipote di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
21. Chiara Antinucci Nipote di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
22. Maria Teresa Piccoli, Nipote di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
23. Claudio Piccoli, Nipote di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
24. Giovanni Piccoli, Nipote di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
25. Franco Antinucci, Genero di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
26. Antonio Piccoli, Genero di Giuseppe Cordisco – Melfi, Battaglione Manara, Brigata Buozzi, Divisione Garibaldi Natisone, (Divisioni Garibaldine del Friuli)
27. Monica Taglianini, Figlia di Luciano Taglianini
28. Gianluca Valdinocci, Genero di Luciano Taglianini
29. Luciano Taglianini, Partigiano di Jesi
30. Massimo Donattini, Nipote di Massimo "Nino" Villla, Partigiano ucciso a 47 anni la notte della Liberazione
31. Paola Mattavelli, Nipote del Partigiano Giovanni Curto
32. Tiziana Bertocchi, Tesserata ANPI di Camagna Monferrato (AL)
33. Yumara Venturini, Nipote del Partigiano Caio Dottori ( Ancona)
34. Matteo Venturini, Nipote del Partigiano Caio Dottori ( Ancona)
35. Maria Dottori, Figlia del Partigiano Caio Dottori (Ancona)
36. Bice Parodi, figlia di deportata ebrea nei campi di sterminio nazisti insieme a 7 componenti della sua famiglia, tornata solo lei.
37. Caterina Arfé, figlia di Gaetano Arfè, partigiano combattente
38. Ermanno Vitale, nipote del partigiano ebreo medaglia d'argento che portava lo stesso nome.
39. Claudio Lombardi, iscritto all'ANPI di Firenze, figlio di Riccardo Lombardi partigiano e prefetto di Milano del CLNAI.
40. Igor Bonazzoli, vice-presidente sezione ANPI di Arluno (MI)
41. Patricia Tough antifascista sezione ANPI del Pratello Bologna
42. Francesco Giuffrida, iscritto ANPI, sez. Catania
43. Francesco Andreini Iscritto ANPI Siena tessera n.89821
44. Miriam Gagliardi,Vicenza, figlia di prigioniero di guerra in Germania
45. Vincenzo Tradardi , figlio di Mario Tradardi, partigiano , medaglia d'argento alla memoria , Brigata Maielle.


CITTADINI e CITTADINE ITALIANI/E


ASSOCIAZIONI DELLA SOCIETA’ CIVILE
1. ISM Italia
2. MOUVEMENT CHRETIEN POUR LA PAIX BELGIQUE
3. ASSOCIAZIONE DI AMICIZIA ITALO- PALESTINESE ONLUS
4. ASSOCIAZIONE SENZA PAURA-RESTIAMO UMANI GENOVA
5. COORDINAMENTO NORD SUD DEL MONDO
6. ASSOCIAZIONE USCIAMO DAL SILENZIO GENOVA
7. UN PONTE PER…
8. FORUM PALESTINA
9. GAZELA ONLUS
10. CIAC, Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione di Parma e Provincia
11. WOMEN INTERNATIONAL LEAGUE FOR PEACE AND FREEDOM
12. ASSOCIAZIONE ZAATAR ONLUS
13. CIRCOLO CELIA SANCHEZ
14. CIRCOLO AZIENDALE FERROVIERI del PRC Spartaco Lavagnini di Firenze
15. COMITATO CATANESE DI SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO PALESTINESE
16. COORDINAMENTO BDS BOLOGNA
17. GRUPPO BDS- PISA PER LA PALESTINA
18. RETE ROMANA DI SOLIDARIETA’ CON LA PALESTINA
19. DONNE IN NERO ITALIA
20. PRC, Partito di Rifondazione Comunista, Federazione di Genova
21. YA BASTA BOLOGNA
22. POLITECNICO 09, BOLOGNA
23. RDB, EMILIA ROMAGNA
24. COMITATO PALESTINA BOLOGNA
25. RETE ECO, Ebrei Contro l’Occupazione
26. RETE LILLIPUT, Modena
27. YA BASTA ITALIA
28. CAMPAGNA PALESTINA SOLIDARIETA’ MARCHE
29. YA BASTA, MARCHE
30. COMUNITA’ RESISTENTI MARCHE
31. DONNE IN NERO BOLOGNA
32. PAX CHRISTI ITALIA
33. PER NON DIMENTICARE GAZA
34. STOP AGREXCO ROMA
35. RETE ROMANA DI SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO PALESTINESE
36. URGENZA SANITARIA GAZA
37. COBAS INPDAP
38. ZEITUN
39. AMICI DELLA MEZZALUNA ROSSA PALESTINESE, ROMA
40. INTERNATIONAL SOLIDARITY MOVEMENT GAZA
41. COLLETTIVO ANTAGONISTA PRIMAVALLE, Roma
42. SUMUS ASSOCIAZIONE DI VOLONTARIATO ANTIMPERIALISTA ONLUS, Perugia
43. YAKAAR ITALIA SENEGAL, ONLUS
44. C.S.O.A. LA STRADA
45. PALESTINE THINK TANK
46. SINISTRA, ECOLOGIA E LIBERTÀ
47. SALAAM RAGAZZI DELL'OLIVO - COMITATO DI TRIESTE
48. MASHI
49. CONTROCORRENTE
50. COMITATO VARESINO PER LA PALESTINA

19 maggio 2010

Si continua a negare il genocidio di Srebrenica


Dalle Donne in Nero di Srebrenica riceviamo :


Il 30 marzo 2010, il Parlamento di Serbia ha approvato la Dichiarazione sulla condanna del crimine di Srebrenica.


Dopo un ampio dibattito in Parlamento, dove abbiamo potuto ascoltare le dichiarazioni fasciste dei membri del Partito Radicale, del Partito Democratico di Serbia e d
el Partito Progressista Serbo, i membri del Parlamento hanno approvato la Dichiarazione sulla condanna dei crimini di Srebrenica.


Con questa
Dichiarazione, lo Stato continua a negare l’aggressione serba contro la Bosnia Erzegovina, compiuta con l’obiettivo di creare lo stato della Grande Serbia, etnicamente pulito, commettendo crimini di guerra e crimini di lesa umanità, culminati nel genocidio di Srebrenica. Rifiutando di chiamare con il suo vero nome il genocidio di Srebrenica, gli autori della Dichiarazione mettono in dubbio la partecipazione della Serbia a questo orribile crimine ricostruendo i fatti e relativizzando il contesto del conflitto armato nella ex-Jugoslavia. In questo modo, il Parlamento della Repubblica di Serbia ha ignorato consapevolmente la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (26 febbraio 2007) e la sentenza del TPIY (Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia) per i casi di Krstic, Jokic e Blagojevic, quando i tribunali stabilirono i fatti del genocidio perpetrato a Srebrenica. La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che la Serbia è responsabile di non aver prevenuto il genocidio, mentre la sentenza nel caso di Radislav Krstic, generale dell’esercito serbo-bosniaco (VRS), ha determinato al di là di ogni ragionevole dubbio, l’intenzione di commettere un genocidio.


Il Parlamento di Serbia si è preso gioco delle vittime del genocidio di Srebrenica, delle loro famiglie e di altri superstiti della guerra, astenendosi ancora una volta dal dimostrare la sua solidarietà con le vittime del crimine commesso in nostro nome, condannando il genocidio e punendo gli autori del genocidio.


Protestiamo severamente contro la decisione del Parlamento di Serbia e chiediamo che la Repubblica dei Serbia arresti Ratko Mladic e lo consegni al TPIY.


Donne in Nero continueranno le proteste l’11 di ogni mese, esigendo dal Parlamento di Serbia che proclami l’11 luglio Giorno della Commemorazione del Genocidio, non del crimine, commesso a Srebrenica.



Belgrado, 11 aprile 2010.

5 maggio 2010

Porterò il lutto per la Nakba di Nurit Peled

Porterò il lutto per la Nakba[1].
Porterò il lutto per la Palestina scomparsa che, nella sua maggior parte, non conoscerò mai.
Porterò il lutto per la Terra Santa, che perde la sua umanità, il suo paesaggio, la sua bellezza e i suoi figli sull’altare del razzismo e del male.
Porterò il lutto per i giovani ebrei che invadono e profanano le case delle famiglie a Sheikh Jarrah, buttano in strada i loro abitanti e ballano e cantano in memoria di Baruch Goldstein, assassino infame di bambini palestinesi, mentre i proprietari cacciati dalle loro case con i loro bambini ed anziani dormono sotto la pioggia, in strada, di fronte alle loro abitazioni.
Porterò il lutto per i soldati e i poliziotti che proteggono questi malvagi invasori ebrei ortodossi senza alcun rimorso. Porterò il lutto per le terre di Bil'in e Nil'in e per gli eroi di Bil'in e Nil'in, molti di loro bambini tra i 10 e i 12 anni, che senza paura si alzano in piedi per il loro diritto a vivere con dignità nella terra dei loro padri.
Porterò il lutto per i Diritti Umani che sono stati sepolti da tempo in questo paese, per il sangue versato impunemente, per gli assassinii commessi con la benedizione dei rabbini, per il falso mito sionista in cui sono stata educata e per la storia palestinese, la cui narrazione é proibita, ma la cui verità ritorna e i cui germogli verdi spuntano tra i semi delle leggi razziste.
Porterò il lutto per l’ex ministro dell’educazione, Livnat, che ha difeso la legge contro la commemorazione del giorno della Nakba, dicendo che "Se non c’è nulla per cui possano portare il lutto, non avranno motivi per ribellarsi”; parole peggiori delle peggiori parole dei nostri avversari e dei colonialisti più malvagi.
Porterò il lutto per tutti noi che non sappiamo che fare di fronte a una legge che è pura crudeltà, una tra le decine di altre leggi razziste destinate ad assicurarci i posti d’onore - se non tutti i posti - negli Atti del Parlamento del Democratico Stato Ebraico.
Porterò il lutto per la democrazia di questo paese dove la metà dei suoi abitanti deve vivere in condizioni che sarebbero proibite, anche a degli animali, in altre democrazie.
Porterò il lutto per i bambini. Quelli che sono morti. Quelli che moriranno domani. Quelli che non sopportano più di vivere qui e quelli che qui vivono, simili a mostruosi golem[2] che si ribellano contro i loro creatori, esseri formati di paura, di male, di razzismo, di amore contorto per una terra che non è la loro, di odio per tutto ciò che non è a loro immagine e di appetito insaziabile per l’assassinio. Porterò il lutto il giorno della Nakba. E anche il giorno che lo precede che noi chiamiamo Giorno della Commemorazione e che non è altro che un giorno dedicato all’idolatria della carne morta, alla fine del quale ciascuno esce e cuoce alla griglia altre carni morte, canta, balla e alla fine è sazio e ubriaco. Porterò il lutto per il giorno della nostra indipendenza, che non è altro che la celebrazione del trionfo della reclusione e dell’assoggettamento.
Per tutte queste ragioni, porterò il lutto il giorno della Nakba. Mi unirò ai milioni di spossessati, oppressi e umiliati che non hanno perso la speranza nel futuro e che pensano che rimanga un’opportunità e che si ergono come i testimoni e come le braci ancora vive del vero spirito umano.
Porterò il lutto il giorno della Nakba per essere degna di loro, perché i miei figli sappiano da che parte sto e perché anch’essi possano credere che c’è una possibilità per la speranza e per un futuro in cui la giustizia prevarrá.

Nurit Peled-Elhanan, Premio Sajarov per i Diritti Umani, membro del Parents Círcle[3] per la Pace, e co-fondatrice del Tribunal Russell sulla Palestina.
[1] Il giorno della Nakba è il giorno in cui i palestinesi commemorano l’inizio dell’esodo (la creazione dello stato di Israele). Si celebra il 15 maggio ed è la festa più importante del calendario palestinese, commemorata con proteste e celebrazioni anche in altri luoghi fuori dalla Palestina. (Fonte Wikipedia) [2] Nel folklore ebraico, un golem è un essere antropomorfico animato creato completamente dalla materia inanimata. (Fonte Wikipedia) [3] www.theparentscircle.org

Firmiamo la petizione contro l'elezione dei signori della guerra nel parlamento afgano



Dal CISDA (sostiene e lavora con associazioni afghane che chiedono da tempo giustizia e l’istituzione di un tribunale internazionale per processare gli atroci crimini contro l’umanità commessi in Afghanistan nel suo ultimo trentennio di storia) riceviamo:

Il Saajs (Social Afghan Association Justice Seekers), insieme ad altre 25 associazioni, si è fatto promotore di diverse iniziative che vanno in questa direzione. Ne citiamo due per tutte:

- “abolizione della legge sull’amnistia”: un regalo che si sono concessi i criminali e i signori della guerra che siedono nel parlamento afghano, spaventati dalla fine di Saddam;

- “Jirga del Popolo”, che si terrà a maggio, alla presenza di vittime, associazioni, attivisti per i diritti umani, in netta alternativa alla Jirga organizzata dal governo Karzai che includerà talebani e criminali come Gulbuddin Hekmatyar.

Ci hanno chiesto di rilanciare in occidente una campagna politica per scoraggiare la candidatura di criminali, trafficanti d’oppio e signori-della-guerra alle prossime elezioni parlamentari afghane (previste nel settembre 2010).

I CRIMINALI AFGHANI SONO SEMPRE QUELLI DA TRENT’ANNI e come ci hanno insegnato i movimenti latino-americani, “non c’è pace senza giustizia”!! Non possiamo ancora una volta lasciare soli i democratici afghani in questa battaglia di civiltà…

Per questo motivo abbiamo avviato una campagna internazionale di raccolta firme.

Vi preghiamo di firmare e di far girare a TUTTE LE PERSONE CHE CONOSCETE, in tutti i modi (consentiti!) possibili, la petizione che trovate su questo sito:

Firma la petizione

29 aprile 2010

Un appello urgente da Trama di Terre : Aiutiamo Cristina a tornare a casa!

Accogliere per Trama di Terre ha significato diventare parte delle storie di vita di tante donne che in questi 12 anni abbiamo ospitato.

Come una seconda pelle che odora e respira in simbiosi con la prima, ci si fa abitare da vissuti fragili, fatti di sogni e desideri mai tradotti in una vera quotidianità o da storie che raccontano di donne forti con vite complesse che non avranno però futuro.

Una di queste è la storia di Cristina Ignazia Guzman Astacio nata 35 anni fa a San Pedro, un paesino di 300 abitanti nella Repubblica Dominicana, da una famiglia contadina molto povera. Quattro figli e un compagno che fa lavori precari.

Nel 2006, quando la bimba più piccola compie due anni, prende la decisione di partire per l'Italia a lavorare, per garantire un futuro dignitoso ai suoi figli.

Arriva ad Imola, dove vivono alcuni parenti, e presso una famiglia imolese comincia il lavoro di operatrice di cura.

Un anno e mezzo fa le viene diagnosticato un tumore al seno, l'operazione sembra ben riuscita e lei continua a lavorare anche durante la chemioterapia. Quando sembra che tutto sia finito il tumore torna fuori in una forma ancora più aggressiva, passa a fegato e polmoni, ora è in metastasi e, a detta dei medici, non c'è più niente da fare.

Cambiare il finale di questa storia è possibile solo in parte.

Possiamo fare in modo che Cristina possa tornare al più presto in Repubblica Dominicana per passare i suoi ultimi giorni con i figli e i genitori.

Purtroppo non ci sarà un volo di stato a riaccompagnarla a casa, né qualcuno che la ringrazierà per essersi sostituita alle carenze del nostro welfare state.

Toccherà ancora una volta a coloro cui è rimasto un briciolo di empatia sociale garantire ad una donna di 35 anni che ha lavorato per noi almeno di morire vicina a chi ama.

Per tutto questo e molto altro ancora, vi chiediamo di contribuire al suo rimpatrio con una donazione che potete fare passando direttamente presso il Centro Interculturale delle donne, in via aldrovandi, 31, Imola (Bo), o con un bonifico bancario intestato a:

Associazione Trama di Terre – causale “ ritorno a casa di Cristina”.

IBAN IT 64 G 06385 21000 07400007807 K

Banca Carisbo, filiale di via Cavour a Imola (Bo).

Grazie, le donne di Trama di Terre
Imola, 27 aprile 2010